“Amo il Suo viso e non posso più sopportare che non sia in pace”. Escono le lettere di Alejandra Pizarnik, meravigliose. Mancano solo quelle di Cristina Campo…

Posted on Novembre 19, 2019, 7:20 am
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Alejandra Pizarnik costringe al buio, procede addentando, non è poesia nuda, la sua, è poesia che ti spoglia. “Conosci quella frase geniale di S. Sontag ‘la vera arte deve renderci nervosi?’. Bisogna vederla così. Sapeva disturbare l’altro, perché cercava verità […] attraverso la scrittura. Non era il bello la sua preoccupazione, ma la parola. […] Alejandra viveva in stati di passione assoluta”: così la descrive l’amica di lettere María Elena Arias López. Cercare la verità ha per verbo disturbare: turba il quieto vivere, leggere è turbamento. D’altronde, occuparsi della parola significa precipitare – fino alla schizolalia – senza preoccuparsi del bello, occupazione per ideologi.

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Nel settembre del 1972, poco prima di ammazzarsi, a Miguel Otero Silva, giornalista venezuelano. “È la prima volta che invio testi spontaneamente dicendo che mi piacerebbe molto – nel profondo – pubblicarli”. Fa la bugiarda sulla data – “son nata nel ’39”, si toglie tre anni –, cita Henri Michaux, il suo guru (“speriamo che viva ancora a lungo, è il mio unico punto di riferimento”, ha scritto, qualche anno prima), insieme a “Rilke dagli occhi azzurri”. Chiude così, “con vero fervore”. Poco dopo, si ammazza. Come se proprio la morte sia l’inizio, il possibile – è la prima volta… E poi ci sono quei tre anni che si è tolta: per tre anni il suo spirito continua a vivere su questa terra, fa le capriole. In realtà, Alejandra, trasmutata in linguaggio, in un capriolo in verbi, vive ancora.

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Allora. La Pizarnik si legge nel libro di culto pubblicato da Crocetti nel 2004 (poi 2015), La figlia dell’insonnia (a cura di Claudio Cinti) e in Poesia completa, stampa LietoColle, 2018 (a cura di Ana Becciu, traduce Roberta Buffi). Recentemente, la Biblioteca Nacional di Buenos Aires ha recepito i suoi “archivos y libros”. Per entrare nel suo cuore, però, una finestra, un magnetico oblò è la raccolta delle lettere pubblicate da Giometti & Antonello (impresa editrice per censire la quale ogni aggettivo è spregio, fanno un lavoro eccelso) come L’altra voce (a cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini). Le lettere sono straordinarie perché fanno percepire il tracollo nello sballo linguistico, nel terremoto grammaticale. La Pizarnik è in perpetuo espatrio, per caos genealogico (nasce a Buenos Aires da ebrei russi, cerca la via a Parigi, si apparenta a poeti d’altri idiomi): da sé, dal mondo, dalla lingua.

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Il rapporto epistolare più denso e significativo è con la poetessa e linguista – s’è laureata con Noam Chomsky – Ivonne Bordelois, conosciuta a Parigi. “Diciamo che sto sulla cresta dell’onda: ma tutto è provvisorio. Perché questa è in verità «la vera vita» ma anche di questo parleremo, dell’incredibile distanza tra il contemplare e meditare su tutto, e quello che accade invece quando avviene l’incarnazione, l’atto vivo”, le scrive, Alejandra. Tutto accade proprio lì, tra contemplazione e incarnazione, tra custodire e vivere – di ogni cosa sappiamo il provvisorio, e improvvisamente è proprio questo quasi nulla che teniamo, come fosse tutto.

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Questa porzione di diario, è il 22 febbraio 1963, alla Bordelois, dice la Pizarnik. “Parole. È tutto ciò che mi hanno dato. La mia eredità. La mia condanna. Chiedere che la revochino. Come chiederlo? Con le parole. Le parole sono la mia assenza particolare. Come la famosa «propria morte» c’è in me un’assenza autonoma fatta di linguaggio. Non capisco il linguaggio, ed è l’unica cosa che possiedo. È come avere una malattia o esserne posseduta senza che da ciò derivi alcun incontro, perché l’ammalata lotta per conto proprio – da sola – con la malattia, che fa lo stesso…”. Non si scrive evocando ma chiedendo una revoca: eppure della scrittura sopportare il virus che muta in acqua le giunture.

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L’epistolario garantisce una lettura potente, ha dei luoghi bellissimi. Ad esempio, quando la Pizarnik – il 17 dicembre 1971 – scrive a Jean Starobinski: “Fino al dicembre 1970 – data della mia frattura centrale – bevevo la poesia, avevo nella poesia una piccola casa per me sola (sono solo venuta a vedere il giardino – dice l’Alice di Carroll), avevo un giardino minuscolo nelle mie poesie e, soprattutto, vedevo in esse «gli occhi che porto nel mio ventre disegnati» (San Giovanni della Croce). Ora le mie poesie sono sorprendentemente orali o colloquiali e soprattutto procaci (metafisiche anche, ma è un termine, questo, che mi dà vergogna, e lo sostituisco con le strane melodie di Scardanelli – immaginarle, queste melodie («dissonanti» come dicono i prof.) mi ossessiona…)”. Ad Antonio Benyeto, invece, il 12 settembre 1969, la Pizarnik parla della vigoria politica di Cortázar, maestro, amico: “Per quanto riguarda Cortázar e Paz: Cortázar è oltremodo politicizzato da qualche tempo. Perciò, se vuoi che ti risponda, scrivigli in termini di ribelle innamorato di Cuba con un che di Rimbaud e soprattutto di Lautréamont. No, non mi sto burlando di Cortázar, che amo tanto, ma non credo nelle sue doti politiche (né sicuramente ci crede lui, malgrado i suoi sforzi per ingannarsi)”.

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Il libro riporta in tavola il rapporto epistolare tra Cristina Campo e Alejandra Pizarnik. Straordinario, lampeggiante, tradotto – dal francese, da Stefanie Golisch –, non possiamo leggerlo. “La riservatezza ch’ebbe in vita, con quella sorta di «divieto» che si ebbe di parlare di lei durante e dopo la sua morte, sono all’origine del rifiuto, da parte degli eredi, su esplicita disposizione della scrittrice, di rendere pubblica la corrispondenza Pizarnik-Campo, conservata a Princeton nel fondo Pizarnik”, scrivono i curatori, che quindi antologizzano una lettera della Pizarnik “che non essendo mai stata inviata, è stato possibile pubblicare”. In verità, il veto ha diverse eccezioni (le lettere a Remo Fasani, ad Alessandro Spina, a Gianfranco Draghi, a María Zambrano, a Leone Traverso, a ‘Mita’, per fortuna si possono leggere). Da quel carteggio emozionante, d’improvvise rivelazioni, ricalco la lettera della Campo alla Pizarnik, è il 16 aprile 1963:

“Mia cara, La supplico: cerchi di vendere i miei saggi (che Le ho appena inviato) non importa a chi, non importa come. Sono Suoi, Lei ha il copyright per tutti i paesi, tranne per quelli di lingua tedesca. Con l’aiuto di Sur, può tradurre assai velocemente, forse “In medio coeli” e “Attenzione e poesia”. Le traduzioni (almeno in Italia) sono ben pagate. Non credo che potrà vendere il mio libro così com’è. Ma se lo crede utile, posso spedirLe le critiche apparse nella stampa; non c’è alcuna abiezione che io non consideri con gioia per aiutarLa a fare un poco di soldi con il mio libro. La copia corretta che Le ho appena spedito appartiene a Lei. È il testo definitivo, per quanto un testo possa mai esserlo. Spero che l’editore Le invii altre due copie. Calveyra, comunque, ha ricevuto (dietro sua richiesta) due o tre copie. Chieda a lui se può darLe una di queste. Inoltre: visiti da parte mia, La prego, Madame Weil (la madre di Simone): 3, rue Auguste Comte (Paris). È una donna ammirabile (84 anni) che conosce tutti e che Le può dare dei consigli. Le scriverò questa sera.

Amo il Suo viso e non posso più sopportare che non sia in pace. Il Suo sogno (quello delle piume) mi ha fatto male. Il Suo viso assomiglia a qualcosa che non posso ancora riconoscere, ma che mi è stato, credo, molto vicino durante la mia infanzia. GuardandoLa, ho subito pensato alla mia povera “Noce d’oro” – che mi piacerebbe donarLe, che Le appartiene e che Le dovrebbe portare un poco di felicità. Ha altri libri di poesia? Me li potrebbe inviare senza disturbarsi troppo? Ne sarei molto felice, per molte ragioni. L’abbraccio forte, mi scriva.

Cristina

Di Simone Weil legga, se possibile, “L’Iliade o il poema della forza”. Lasci il resto per un tempo in cui sarà più tranquilla. Soprattutto, bisogna dormire bene per resistere ai colpi di Simone”.