“Il talento prevede una devozione incondizionata”. Francesco Consiglio dialoga con Aldo Ragone, grande interprete di Alexander Scriabin

Posted on Febbraio 03, 2020, 10:47 am
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Afferma Schopenhauer che “il compositore manifesta l’intima essenza del mondo ed esprime la sua profonda saggezza in un linguaggio che la sua ragione non intende”. E dunque, chi è l’interprete? Un sublime mediatore tra il detto e l’incomprensibile, tra il suono e l’inudibile. La sua missione è scrivere il già scritto e renderlo ogni volta una pagina nuova. Quando Aldo Ragone suona Alexander Scriabin, il compositore russo al quale ha dedicato una vita di studio, anche l’ascoltatore più inesperto può comprendere che l’anima del compositore risuona nel corpo del pianista per tutta l’esecuzione. Scriabin è Ragone, Ragone è Scriabin. Avviene ciò che potremmo chiamare un caso di possessione: angelica, diabolica… che importa? La musica non chiude mai i cancelli a chi trova qualche ora da passare nei suoi ameni giardini.

Aldo Ragone è nato a Bari e si è diplomato presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma sotto la guida di Giuseppe Scotese. Dal 1991 al 1996 ha studiato a Roma e a Parigi con Aldo Ciccolini e dal 1998 al 2001 con Eugenio Bagnoli presso la Fondazione Cini di Venezia. Nel 2000 ha conseguito, all’unanimità e con le congratulazioni della giuria, il Diploma di Esecuzione Pianistica presso la prestigiosa Ecole Normale de Musique Alfred Cortot di Parigi. Ha tenuto concerti in numerose città europee e negli Stati Uniti. Tra i suoi numerosi successi, vanno annoverati il debutto americano al Kennedy Center di Washington, D.C. e l’esecuzione del Concerto n. 5 di Camille Saint-Saens con la Denver Philharmonic Orchestra. Vincitore di una trentina tra premi in concorsi nazionali ed internazionali, borse di studio e importanti riconoscimenti, nel 2007 ha ottenuto il Dottorato in Arti Musicali all’Università del Maryland negli U.S.A. con un’ambiziosa tesi e l’esecuzione delle dieci sonate e i 24 preludi op. 11 di Alexander Scriabin. Nel 2008 ha inoltre conseguito l’Artist Diploma presso l’Università di Denver in Colorado. Dal 2007 al 2009 ha insegnato pianoforte alla Regis University di Denver. Nel 2009 e nel 2010 il governo degli U.S.A. gli ha accordato un visto per abilità straordinarie nel campo musicale. È docente di Pianoforte Principale al Conservatorio Statale di Musica Lorenzo Perosi di Campobasso.

La passione di un interprete per un compositore del passato è come un filo rosso che travalica gli anni e intreccia esistenze apparentemente lontanissime. Dopo avere scoperto il suo interesse per la musica di Alexander Scriabin mi sono chiesto se, e in che misura, la peculiarità visionaria e gli studi mistici del compositore russo, grande appassionato di teosofia, abbiano contribuito a far nascere in lei il desiderio di esibirsi in concerti interamente Scriabiniani.

Scriabin ha per me rappresentato già dal primo ascolto un polo di attrazione molto potente. Nella sua musica e nella sua concezione cosmogonica di essa risiede una verità eterna, a dispetto dell’apparente ingenuità di talune sue idee. Dopo la naturale adesione al tardo Romanticismo e i suoi stilemi, Scriabin si discosta decisamente dalle origini, si immerge nelle correnti filosofiche e artistico-letterarie della sua epoca, con uno sguardo anche all’Induismo, e mutuando vari elementi da ognuna di queste correnti forgia un pensiero del tutto personale che rappresenta in simboli, attraverso i quali concepisce i suoi lavori musicali e i suoi scritti. Ecco, l’idea che la Musica possa essere un mezzo di diffusione di un pensiero filosofico, che possa ab origine essere concepita ben al di là del fatto musicale e che, nel caso di Scriabin, confini molto più con l’ascetismo che con l’Arte, mi ha spinto con ancor maggior convinzione a perseguire e proseguire il percorso di musicista, rafforzando la mia tendenza all’introspezione. La necessità che ho avvertito di comunicare il suo messaggio ha fatto sì che alcuni miei concerti io li abbia dedicati interamente alle sue opere, anche se è un dato di fatto che il peso specifico delle sue idee, e di conseguenza della sua musica, è tale che sia per l’esecutore che per il pubblico possa a volte risultare estenuante una tale densità per un intero recital.

Io penso che la musica sia la meno corruttibile delle arti, la più impermeabile agli effetti del presente. “Possa la mia musica dimostrare che si può essere dimentichi del proprio tempo”, scrive Nietzsche, appassionato pianista, all’amica scrittrice Malwida von Meysenbug. L’opera di uno scrittore e di un filosofo, per quanto possa sembrarci attuale, è minata dall’usura che si accanisce sul linguaggio, sul vocabolario, sulla costruzione semantica. In uno spartito, almeno dagli ultimi trent’anni dell’Ottocento, intesi come anni di nascita del pianoforte moderno, l’impronta del tempo è più sfumata.

Credo che la bellezza non abbia tempo e che il tempo sia un elemento che riveste una doppia funzione nelle creazioni umane: sotterra il superfluo e glorifica il divino. Per coloro che hanno un sincero desiderio di scavare nel proprio intimo, Musica, Letteratura, Arti Figurative e Filosofia sono mezzi unici per approfondire la propria ricerca interiore. Forse il suono è un elemento meno ovvio e più immediato rispetto alla parola e all’immagine e ciò pone la Musica in una posizione diversa e sicuramente privilegiata rispetto alle altre Arti. Lo sterminato repertorio pianistico e le sue peculiarità uniche hanno permesso al Pianoforte di conservare una posizione preminente tra gli strumenti musicali e anche di influenzare i generi che dalla musica colta hanno preso grande ispirazione. È vero che la produzione musicale di fine ’800 risulta in qualche modo più vicina a noi di quella delle epoche precedenti e sembra dunque sentire meno gli effetti del tempo, questo perché la musica ‘pop’ ha preso a piene mani dalla tradizione romantica e tardo romantica. Se però consideriamo l’evoluzione della Musica dall’inizio del XX secolo ad oggi, possiamo renderci conto che in effetti l’arco temporale di ciò che viene fruito dalla massa non è poi così ampio e quindi il concetto di ‘moderno’ anche tra la nicchia degli ascoltatori di Musica Classica crea una sorta di scompiglio e a volte anche rigetto. Ciò che l’ascoltatore medio ‘tollera’ è più che altro in relazione con il linguaggio musicale che, in modo molto semplificato, viene utilizzato nella musica di consumo secondo stereotipi ripetitivi. Basta però andare un poco più in là per rendersi conto di quanto divario ci sia tra la musica colta e la capacità di comprensione generale. Non si va oltre. Dirò ancora di più. Esiste una sorta di chiusura mentale anche tra i musicisti professionisti, una sorta di perbenismo, per cui il modernismo in musica dà fastidio anche a chi la musica la fa. Diversamente dagli artisti figurativi, per i quali Picasso, Mondrian o Pollock sono una evoluzione della rappresentazione pittorica e sono pienamente riconosciuti, per i musicisti Schönberg, Stockausen o anche il tardo Scriabin costituiscono un fastidio. Probabilmente è anche per questa ragione che nella musica non ci si è mai affrancati del tutto dal linguaggio di fine ’800 e, come dice Lei, l’impronta del tempo sul Pianoforte sembra più sfumata.

Al giorno d’oggi esistono un’infinità di software che, in sala d’incisione, permettono di rendere perfetta un’esecuzione piena di errori e incertezze. Ne esistevano anche nel 1964, quando Glenn Gould decise di abbandonare l’attività concertistica per dedicarsi esclusivamente all’incisione di dischi, motivando la sua scelta con il fatto che solo la tecnologia poteva restituire una musica assoluta, pura. Ma proprio a causa dell’invadenza delle moderne tecniche del suono, la dimensione concertistica riveste un ruolo sempre più importante e indispensabile, poiché permette di giudicare un pianista senza finzioni, protezioni e artificiosi camuffamenti: nuda carne imperfetta nella totale verità.

Il fenomeno delle incisioni in studio e modificate al computer è qualcosa che ha disumanizzato l’esecutore e inficiato pesantemente il comune sentire dell’ascoltatore. Gould aveva sicuramente un’idea diversa dallo sfacelo che la digitalizzazione ha creato. Oggigiorno ci si aspetta un’esecuzione priva di qualsivoglia imperfezione e non si va più ad ascoltare la musica ma chi la esegue. Trovo estremamente disdicevole che su di una locandina il nome dell’esecutore sia in grande e quello del compositore in piccolo. L’esecutore passa, la musica rimane, ed è per questo che i musicisti dovrebbero essere umili servitori dell’Arte Musicale e non utilizzare la Musica per scopi di squallido protagonismo. La civiltà (o meglio l’inciviltà) dell’immagine ha imposto l’apparenza anche alla musica. La registrazione è diventata un prodotto sterile ed ha creato una ulteriore distanza tra pubblico ed esecutore. Centinaia di registrazioni delle stesse opere hanno anche reso assolutamente inutile farne altre, meglio il concerto o la registrazione dal vivo, che restituiscono emozioni e mettono l’ascoltatore in contatto con l’opera musicale in modo più immediato ed efficace. Credo che i tempi siano maturi per un cambio di rotta da parte dei musicisti, è necessario opporsi a questa sterilizzazione e omologazione dell’Arte, bisogna cercare di opporsi alla prepotenza del consumismo e della tecnologia e rimettere l’essere umano e la sua spiritualità al centro delle istanze dei popoli. La Musica può giocare in questo un grande ruolo.

Poiché la musica, ogni musica, suscita stati d’animo, è ragionevole sostenere che un interprete alle prese con una musica triste acquisirà dopo un certo tempo la tendenza alla tristezza? Fino a che punto, studiando intensamente un compositore, si finisce per essere contagiati dai suoi sentimenti? “Rossiniano” è diventato un sinonimo d’allegrezza: le è mai capitato di incontrare un interprete di Rossini malinconico e depresso?

Durante i miei studi di Dottorato all’Università del Maryland mi capitò di attraversare un periodo di tristezza a causa di vicende personali e ricordo che la mia insegnante, la pianista russa Larissa Dedova, mi consigliò vivamente di sedermi al pianoforte e suonare la musica di Bach, in particolare il Clavicembalo ben Temperato. Mi disse allora che Bach aveva un potere di guarigione taumaturgico. Seguii il suo consiglio e ne ebbi grande giovamento. L’istinto mi avrebbe portato, in quella particolare occasione, a scegliere qualcosa di triste, sperando in un effetto catartico della musica, Bach mi guarì in un modo per me inconsueto. Credo che un musicista scelga il repertorio non solo per convenienze o preferenze ma anche in base al proprio stato d’animo e ai propri sentimenti, e non sia quindi la musica a influenzarne l’umore. La musica ti dà la possibilità di appropriarti dei tuoi stati d’animo e di osservarli trasformati in suoni. A un certo punto si impara anche ad avere un sano distacco da ciò che si suona e che l’Arte è anche artificio per cui si può essere tristi e suonare la musica più allegra e viceversa. Ho avuto modo di passare del tempo con il mio grande Maestro Aldo Ciccolini ed ho potuto osservare suoi momenti di profonda tristezza, lui che era uno splendido interprete delle opere pianistiche di Rossini.

La sua attività didattica è sempre stata intensa e molto apprezzata. Dal 2007 al 2009 ha insegnato pianoforte alla Regis University di Denver, mentre oggi è docente al Conservatorio Statale di Musica ‘Lorenzo Perosi’ di Campobasso. Quali sono le differenze tra gli studenti italiani e quelli statunitensi? Si può immaginare che i supporti concessi in Italia a chi studia siano notevolmente inferiori rispetto a quelli presenti negli Stati Uniti, ma a me interessava sapere se esiste un diverso approccio allo studio, una più o meno forte volontà di emergere, una peculiare predisposizione al sacrificio e tutte quelle caratteristiche motivazionali che spesso determinano il successo negli studi.

Il senso della devozione incondizionata e la disposizione al sacrificio sono imprescindibili dal talento. Il talento privo di tali caratteristiche è più che altro una inclinazione verso qualcosa, il talento vero non può prescindere dalla volontà di sacrificarsi nello studio. La motivazione è quella che fa la vera differenza, quanto più è forte e profonda, tanto più spingerà lo studente ad applicarsi con sacrificio, ciò dipende però da cosa la musica rappresenta per chi la studia e spesso anche dal desiderio di uscire dalla povertà, materiale e spirituale. Ho potuto osservare forte spirito di sacrificio negli studenti asiatici che affollavano l’Università del Maryland, dove oltre a essere studente ero assistente, ma solo sporadicamente negli studenti americani alla University of Maryland ed alla Regis University e italiani ai conservatori di Vibo Valentia e Campobasso. Al giorno d’oggi ci sono molte distrazioni che distolgono lo studente dall’applicarsi in modo costante e se non si possiede una volontà di ferro e un alto ideale ci si perde e si dilapida un patrimonio umano irrecuperabile. Sicuramente uno studente americano ha dalla sua parte la possibilità di usufruire di strutture e opportunità che qui da noi non esistono, cionondimeno l’imperante superficialità assieme al benessere facile hanno creato guasti significativi anche in certe realtà più fortunate. Per assurdo, chi conosce i “morsi della fame” ha più spinta verso il successo.

Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?

Il grande direttore d’orchestra tedesco Herbert von Karajan sosteneva che chi è soddisfatto della propria esistenza perché ha raggiunto gli obiettivi che si era preposto probabilmente ha mirato parecchio in basso. Nonostante abbia a volte provato soddisfazione per i risultati professionali ottenuti, ritengo tali successi soltanto tappe del mio percorso e avverto un enorme desiderio di imparare tanta nuova musica. Ho in progetto di cimentarmi con alcuni capolavori che nel tempo ho tralasciato di affrontare, pur considerandoli colonne portanti del repertorio, per poterli eseguire nei prossimi recital. Ho anche una grande passione per la lettura, cosa che considero primaria nella crescita di un musicista, per cui ci sono parecchi tomi nella mia biblioteca personale pronti per essere letti. Rubinstein, che amava moltissimo leggere e visitare musei, diceva che non frequentava pianisti perché l’unico libro che avevano in casa era l’elenco telefonico. Forse da allora le cose sono un po’ cambiate ma spesso è proprio come diceva Rubinstein. Anche la didattica fa parte dei miei progetti. La ritengo fondamentale per la mia crescita e per cercare di migliorare la società. Tengo molto ai miei allievi e lavoro continuamente al mio modo di insegnare per affinarlo poiché ritengo che i giovani siano coloro che porteranno il testimone di quello che gli viene trasmesso.

Francesco Consiglio