“Mi è venuta una tale emicrania da corona!”: sulla nuova traduzione di “Alice nel paese delle meraviglie” di Aldo Busi

Posted on Marzo 19, 2020, 11:17 am
4 mins

“Non riesco a far star fermi i ricordi …” dice Alice al Bruco. E di star ferme non vogliono saperne neppure le traduzioni di Alice nel paese delle meraviglie: quante! L’ultima letta è la traduzione di Aldo Busi pubblicata dalla BUR nel 2019. L’edizione riporta in copertina: Nuova traduzione di Aldo Busi (1988-2019). Trent’anni che Busi traduce Carroll? La metto alla prova. Ebbene, tra la versione del 1993 (edita da Feltrinelli) e quella attuale il diavolo non c’è più. Nel dettaglio: nella traduzione del 1993 a apertura di storia c’è “un caldo del diavolo”, probabile causa prima della pennichella e del conseguente incubo d’oro di Alice; nel 2019 il caldo “del diavolo” è diventato da discesa agli inferi, prefigurazione della vicenda più che dantesca che tocca a Alice. Seconda sparizione: Alice segue il Coniglio che si è gettato in una tana grossa così e vi si infilò dentro, senza neppure darsi pena di chiedersi come diavolo avrebbe fatto a riuscirne. Nella nuova traduzione Alice continua a seguire il Coniglio, a infilarsi nella tana-grossa-così, ma questa volta senza neppure darsi la pena di chiedersi come caspiterina avrebbe fatto poi a riuscire da lì.

*

Se l’aver esorcizzato il diavolo in un “caspiterina” sembra poco perché si possa parlare di nuova traduzione, si legga la battuta della Regina di Cuori, “Mi è venuta una tale emicrania da corona!”, che nella versione 1993 era solo “una tale emicrania”: ancor più che aggiornata, la traduzione si fa profetica. Nessuna facile apocalisse, però: non siamo alla peste di boccaccesca memoria (Aldo Busi ha messo lo zampino anche lì: il suo Decamerone ha talmente tradito l’originale da essersi guadagnato nel 2013 il premio intitolato a Boccaccio).

*

Il verdetto va lasciato al tribunale dov’è in corso il processo a chi ha sgraffignato le pizzette della Regina di Cuori. Il Paese delle Meraviglie è talmente immerso nelle lande di Tantotempofà che non ha bisogno di abrogare la prescrizione di reato: non c’è mai stata. Che per i giurati del processo gli anni siano passati lo si capisce da come gl’è peggiorato l’udito. Nel 1993, dopo che Alice ha detto “Io non credo che ci sia un atomo di senso in questi versi”, i giurati riportano correttamente la dichiarazione sulla lavagnetta; nel 2019 scrivono: “Ella non crede che ci sia un atomo di sesso in questi versi”. Declino perpetuo? È come la caduta di Alice: sempre più giù, giù, giù. Avrebbe mai finito di cadere? Purché a fine corsa, ad attutire l’atterraggio, ci sia un mucchio di foglie secche. Foglie, o fogli di letteratura, che quand’è di quella buona, come nel caso di Carroll, va rimessa continuamente in circolazione per scongiurare il contagio, da virus o da lettera lasciata morire che sia. Lo dice anche una cugina mica tanto lontana dell’Alice di Carroll, quell’Ilaria Niribiribic che Busi manda all’asilonido Mafalda in Madre Asdrubala: “È quando cominci a dimenticare per comodo e a fissare le convenienze una volta per sempre che, incapace di seguire la favola, ti inventi la Storia” (o la Scoria, come la chiamerebbe la Tartaruga d’Egitto).

*

Perché dunque ritradurre un testo già tradotto? Per come mi rifletto nello specchio delle parole di Lewis Carroll attraversate da Aldo Busi, rispondo: per lo stesso motivo per cui non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume né dormire due volte nello stesso letto: per restare vivi persuadendoci incessantemente di esserlo.

Antonio Coda