Cronaca del giorno: le locuste in Africa ci riportano alla Bibbia. (Il denaro ci divora con moltiplicata ferocia e io continuo a guardare la luna)

Posted on Febbraio 11, 2020, 1:10 pm
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Ieri la luna era bassa, gialla, rabbiosa. Sembrava un serpente che misura la paura della preda, pronto ad attaccarla. Vento caldo, di sera, come le spirali di un pitone. Dicono che il vento caldo, in inverno, porti al delirio: confonde i confini del vero, altera la responsabilità, incute visioni. Appaiono gli dèi in forma di follie: ricordi sopiti, passioni perdute tornano con carnalità prepotente, cattiva. Vedere Solaris, la sera, con sottotitolazione agghiacciante, non ha facilitato il sonno. La mattina la luna era bianca, un sasso in mezzo all’aura, lacustre, larga, grave. Come un corpo purificato dopo che gli hanno estratto il veleno. La luce ha tagliato i denti al serpente, distillando il siero.

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Di solito, guardo il cielo pensando che quelle indicazioni riguardino la mia vita. La frase compilata dalle stelle è illeggibile: ma il fatto che io la guardi già mi glorifica. Sono solo al mondo, un ditale di carne nel gorgo del caos, eppure, guardo le stelle e tendo a dare figura animale agli astri, agli eventi. Per me, l’alba a volte trotta con eleganza di ghepardo, altri con l’avidità di un molosso.

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Due ‘notizie’ mi sorprendono. Nel catanese un uomo, il guardiano di un agrumeto, spara, fendendo l’oscurità, ammazzando due uomini e ferendone gravemente un terzo. “L’uomo avrebbe sparato contro quelli che riteneva fossero dei ladri di arance”, leggo dall’Ansa. L’arancia è luce sintetizzata in frutto, la sua essenza si scinde in profumi aristocratici. L’albero, però, si dilata in forma di mano dalla terra. Questa storia di sangue, frugale, sembra tratta da un racconto di Verga. Il fucile, l’agrumeto, la morte. L’incidente. Incedere nella colpa biforcuta.

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L’altra notizia la leggo da “Repubblica”: riguarda l’invasione delle locuste in Africa. L’episodio, drammatico, è noto da settimane. “È sempre più grave l’invasione di questi insetti voraci nel Corno d’Africa: una migrazione, secondo le Nazioni Unite, che il mese scorso ha raggiunto la dimensione di 100-200 miliardi di esemplari, partita dallo Yemen e diffusasi poi nell’Africa orientale”. Il comunicato delle Nazioni Unite lo leggete qui. Le fotografie degli sciami di insetti che accerchiano i contadini sono eclatanti.

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L’inesorabile della natura: produce, deflagra, ci esplode in faccia. Improvvisamente, siamo come tremila anni fa. Impotenza, contemplazione. L’invasione delle locuste è emblema del disastro nella Bibbia (“Parlò e vennero le locuste/ e bruchi senza numero:// divorarono tutta l’erba della loro terra,/ divorarono il frutto del loro suolo”, Sal 105, 34-35), e per esagerazione metaforica è simbolo dei nemici, sterminati. Anche la coercizione di un regno straniero è raffigurata dalle locuste, abitate dall’avidità, nate al divorare (“Quelli che ti controllano sono come le locuste,/ i tuoi funzionari come sciami di cavallette,/ che si annidano fra i muretti quando è freddo”, Na 3, 17). Levitico ammette tra gli animali da mangiare “ogni specie di cavalletta, ogni specie di locusta” (Lv 11, 22). Allo scempio compiuto dalle locuste è detto, comunque, che vi sarà riparazione: dopo la nudità mortificata, la retribuzione. “Vi compenserò delle annate/ divorate dalla locusta e dal bruco,/ dal grillo e dalla cavalletta/… Mangerete in abbondanza, a sazietà” (Gl 2, 25).

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Con quale triste dedizione nelle campagne di Nairobi il ragazzo ruota il bastone, solleticando l’inevitabile, scavando una grotta nell’ordalia delle locuste.

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Immagino la scia delle locuste a Londra, tra le cupole vitree di Parigi, nell’incommensurabile New York. Il fatalista ammette la preghiera come protezione; il fattualista attende la risposta – tardiva – della scienza, della finanza. Mentre l’Africa è dilaniata dalla locusta, Hollywood presenta il museo che celebra il regno del cinema: costa 350 milioni di euro, lo ha disegnato Renzo Piano. Da un lato il mondo biblico, spietato, dall’altro il mobilio astratto, immaginato, una specie di gigantesco profilattico. Amo divagare tra i cunei della contraddizione: la naturale eleganza di un contadino somalo, la rassegnazione, e la superba camminata di una donna, in clausura di abiti perfetti, spavalda.

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Unicredit pianifica la chiusura di 450 filiali e ammette 6mila dipendenti di troppo. Volti, vite saggiate dall’effimero. I soldi si moltiplicano con voracità di locusta, mangiano, ciechi, l’uomo. (d.b.)