“Ti amerò sempre e non posso farci niente”. Adriana Ivancich, la ragazza che fece impazzire Hemingway

Posted on Settembre 21, 2019, 6:20 am
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Furono tutti piuttosto ingenerosi con lei. Nella Cronologia al ‘Meridiano’ Mondadori che raduna Tutti i racconti di Hemingway, la Pivano è sbrigativa. Ammette che nel 1948, in Italia, accade l’incontro: EH va a caccia di pernici, è dicembre, nella tenuta friulana del conte Federico Kechler. “Lì incontra Adriana Ivancich, diciannovenne, aristocratica e cattolica; si invaghisce di lei”. Ora: Hemingway nel ’48 ha 49 anni, è alla quarta moglie – Mary Welsh – sposata due anni prima, “s’invaghisce” di una ragazza italiana di 19 anni, veneziana, discendente di una famiglia di armatori, e nessuno s’infervora? Fatto è che la Pivano cita qua e là la Ivancich – censendo anche un viaggio all’Avana da EH – come una figura a margine, una figurante di carta. Sottilmente crudele l’Album Hemingway pubblicato da Mondadori nel 1988 sotto la tutela di Masolino d’Amico. Ovviamente, si marca l’amore – platonico, per lo più – tra lo scrittore in anni e la nobile giovine – “Che Papa amasse a modo suo la giovinetta fu lui stesso a dichiararlo a più riprese a vari corrispondenti oltre Adriana, cui indirizzò lettere appassionate”. Non ci si trattiene dallo sgarbo, tuttavia: “Di Adriana apprezzò anche, o si autoconvinse che apprezzava, il talento, fino al punto da imporre a Scribners di usare per le copertine di Di là dal fiume e fra gli alberi e Il vecchio e il mare certi suoi goffi disegni, che gli editori fecero correggere a dei professionisti”. Adriana, con spavalda bellezza, ricorda il primo incontro con Hemingway così: “Questo è dunque Hemingway, di cui tutta Venezia parla. Un vecchio: fronte tagliata da due rughe profonde, baffi dritti sopra le labbra. Le labbra hanno una piega a un lato, scanzonata, gli occhi sono vivi e penetranti: forse non è proprio vecchio. E anche se è importante, ha l’aria simpatica”. Come si sa, Hemingway ottiene il Nobel per la letteratura nel 1954, “per la maestria nell’arte narrativa, dimostrata recentemente in Il vecchio e il mare…”. Negli anni in cui frequenta la giovane veneziana Hemingway scrive il suo romanzo (ingiustamente) più noto, grazie a cui arriva all’ambito Nobel; ed è a lei che fa immaginare la copertina… Direi che questo non è un amore superficiale, bensì plateale.

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Di Hemingway e di Adriana Ivancich si è sempre saputo (leggi qui), così come dell’amicizia con il fratello di lei, Gianfranco Ivancich: in un articolo sul “Guardian” del 30 marzo 2012, in cui si recepisce la scoperta del carteggio tra EH e Gianfranco Ivancich, Alison Flood ricorda che “la sorella Adriana è nota per aver ispirato l’estremo periodo creativo di Hemingway che fiorisce con la scrittura de Il vecchio e il mare”. La figura di Adriana, ormai, è messa in piena luce grazie al libro di Andrea Di Robilant, Autunno a Venezia. Hemingway e l’ultima musa, pubblicato lo scorso anno dall’editore Corbaccio.

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Marginalizzata dai biografi di Hemingway – per lo più dimenticata, come è ovvio, nelle memorie di Mary Welsh, pubblicate nel 1976 con il perentorio titolo How it Was la Ivancich ha raccontato la sua versione dei fatti in un libro luminoso e casto, La torre bianca, pubblicato da Mondadori nel 1980. Non capisco perché – se non supponendo ostacoli da parte degli eredi – questo libro, di indubbie qualità letterarie, non sia più ristampato da quel dì e siano sempre altri – pur titolatissimi – a raccontare di lei e di lui, ‘Papa’. Non è facile trovare quel libro di memorie neanche in biblioteca: l’ho scovato, in consultazione, alla ‘Gambalunghiana’ di Rimini, nel fondo creato da Giuseppe Bonura. Ho ricalcato alcuni passi, che mi sembrano significativi.

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La copertina della prima edizione americana di “The Old Man and the Sea” disegnata dalla Ivancich

Qui Adriana e Hemingway, che si frequentano finché lui conquista il Nobel, sono a Parigi:

“Se togli i bambini in carrozzella, ogni uomo che passa – se ti conoscesse e non è stupido – si fermerebbe. Si fermerebbe e verrebbe a chiederti di sposarlo. Anch’io, benché sia stupido, mi fermerei subito… Vivrei per farti felice. Fino all’ultimo dei miei giorni…”. Ecco… la valanga si sta staccando dal monte. Sta per precipitare e tutto sta per finire. Era così bello, e sta per finire. “Adriana. Ti chiederei di sposarmi se… se non sapessi che mi diresti di no”. Il mio sangue ricomincia a scorrere. Allungo la mano, prendo il bicchiere. Bevo uno, due sorsi. La valanga non si è staccata. Fuori c’è ancora il sole. Oltre la vetrata la gente passa e ripassa, ecco un altro artista, un’altra francese… “Andiamo”, dico e mi alzo. Si alza. Mi guarda. Lo guardo, gli sorrido, dico: “Andiamo lungo la Senna. Andiamo a gettare nella Senna quelle parole…”.

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“La torre bianca” è la casa cubana di Hemingway, la Finca Vigía. Lì i due, Adriana e EH, sigillano un patto. Lavoreranno insieme, ciascuno dando ispirazione all’altro: il cinquantenne grave di fama e la ventenne luminosa di nobiltà.

“Il critico più severo che abbia incontrato sei tu, partner. Non per i libri, per il mio carattere. Non perdi mai un’occasione per sparare. E fai quasi sempre centro, General Marti”.

“Oh Papa, ma tu sai…”

“So che abbiamo deciso di essere onesti uno con l’altro. Onesti vuol dire anche severi….”. fece di nuovo qualche passo su e giù per la stanza, ritornò vicino a me, incrociò le braccia dietro la schiena. “La Torre Bianca. Qui, con onestà e autodisciplina lavoriamo, indipendenti, eppure uniti. Per il meglio e per il peggio, partner. Ho pensato di costituire una società, The White Tower Incorporation. Che ne dici?”.

Nelle ipotesi da istrione, Hemingway si figura che nella “Torre Bianca” abitino lui e Adriana. Come ‘soci’ della ‘White Tower Inc.’ ci saranno Marlene Dietrich, “una gran donna”, Ingrid Bergman, “un’attrice estremamente sensibile”, Ava Gardner, “nice tough girl”, Gary Cooper e forse Orson Welles. Al di là degli scherzi, stimolato da Adriana EH scrive Il vecchio e il mare; sedotto da lui, lei disegna e scrive il suo libro di poesie, Ho guardato il cielo e la terra, pubblicato nel 1953 da Mondadori.

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A proposito della pubblicazione con Mondadori. Adriana, bella e spavalda, ha 23 anni e fa a spallate in un mondo letterario piuttosto vile, coordinato da maschi. In un cammeo, Montale non fa una bella figura. La Ivancich vuole inviare il suo fascio di poesie a Mondadori. Allora pensa di rivolgersi a Montale. D’altronde, aveva un debito da riscuotere. “Un giorno a Venezia mi aveva pregato di fargli un grande favore: doveva scrivere un articolo su Ernest Hemingway, ma in quel periodo Hemingway rifiutava di essere intervistato. Se riuscivo a procurargli un appuntamento, ‘mi sarebbe stato grato per tutta la vita’ aveva detto. Non era stato facile persuadere Papa, ma ci ero riuscita… Telefonai dunque a Montale che mi invitò a casa sua e sorbendo una tazza di tè gli raccontai che ero venuta a Milano per mostrare le mie poesie ad Alberto Mondadori ma che non riuscivo mai a parlargli perché era sempre in riunione, chissà se poteva provare lui per me, conoscendolo bene…”. Naturalmente, Montale dice che va bene e non fa nulla. Adriana si scoccia. “Erano passati i giorni e avendo stabilito che non era affatto vero che Montale mi sarebbe stato ‘grato per tutta la vita’, che era inutile e umiliante prolungare oltre quell’attesa, avevo cominciato a fare la valigia”. Poi, fa da sola. E fa meglio. Va in Mondadori, indossando un adatto paio di scarpe con il tacco, dice di essere attesa da Alberto in persona, irrompe nell’ufficio, gli lascia il manoscritto. L’editore – affascinato dalle poesie o dalla ventata di giovinezza dell’audace – decide di pubblicare il manoscritto.

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Al di là delle memorie di Adriana, sbucano alcune lettere. Eloquenti. Questa è scritta da Hemingway a Cuba, il 27 luglio del 1950:

“Mia cara Adriana, ti amerò sempre e non posso farci niente. Ma se è meglio per te non lo scriverò mai in una lettera né mai te lo dirò. Cercherò soltanto di servirti bene e di esserti di buona compagnia quando ci incontriamo. È un programma piuttosto difficile, ma puoi contare su di me per la sua assoluta attuazione. Nessuno può controllare ciò che ha nel cuore, se ha un cuore. Ma io posso controllare le mie parole e le mie azioni e questo posso offrirti come assoluta promessa se la vuoi.

Senza di te mi sento solo. Così solo che alle volte non riesco a sopportarlo. Ma se su questo non c’è nulla da fare, non c’è nulla da fare. Lavoro sodo ma dopo il lavoro mi sento due volte solo. Sul mare mi manchi così tanto che non riesco a sopportarlo. Questi sono i problemi con i quali non voglio più annoiarti. Voglio che tu abbia una bella vita felice e che tu faccia tutto ciò che vuoi fare e che nessun problema mio sia mai un handicap per te, mai. Mister Papa”.

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Nel libro, la Ivancich parla anche delle violente depressioni di Hemingway. “La vena si era inaridita, intorno a lui era il vuoto”. Adriana riempì quel vuoto, nel quale Hemingway rientrò poco dopo. Quando si salutano l’ultima volta, a Venezia “due lacrime brillano sospese nei suoi occhi”. La percezione, forse, di una vita abortita, è insostenibile. “La gente è sempre gelosa di quelli che sono felici, dice. Si gira verso la finestra. Siamo di nuovo lontani. Oltre la finestra la luce che sta per tramontare ha tinto il Canale di rosa. La sua figura sembra più scura e massiccia, contro quel rosa. ‘Forse sarebbe stato meglio che non ti avessi incontrato’”.

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Hemingway si uccide, disarmato al vuoto, nel 1961. Due anni dopo Adriana si sposa con il conte Rudolph von Rex, da cui ha due figli. Intorno a lei e a lui, Papa, sono sempre levitati i pettegolezzi. Nel 1983, tre anni dopo aver pubblicato La torre bianca, Adriana Ivancich mette fine ai pettegolezzi impiccandosi. (d.b.)

*In copertina: Ernest Hemingway con Adriana Ivancich; i due si conoscono nel dicembre del 1948