Indagine nella quadreria di Adolf Hitler, l’imbianchino che avrebbe voluto diventare artista e che disegnò piazze austere, uomini-manichini e Cucciolo…

Posted on Aprile 02, 2019, 11:38 am
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In questo saggio temo di poter sbagliare, ma spero di non riuscirci. Spesso di Adolf Hitler si ricorda che fu un “imbianchino” prima di scalare le vette del partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi portandolo così (e con mille manipolazioni politiche) al governo, ma Hitler non fu un imbianchino nel senso stretto del termine, lo fu per esigenze, per guadagnarsi una pagnotta di pane durante il suo soggiorno a Vienna, prima della Prima Guerra Mondiale. Prima di questa egli tentò due volte di essere accettato come studente all’Accademia delle Belle Arti di Vienna rimanendo entrambe le volte bocciato. Pare che esibendo i suoi acquerelli un insegnate gli avesse consigliato di ridimensionare i propri obiettivi e tentare con l’architettura in quanto, e ora lo vedremo, egli si dimostrò un ritrattista insulso ma un “disegnatore di edifici” con potenzialità sulle quali costruire un ipotetico percorso.

In questa cartolina possiamo notare ciò che ho appena scritto. Cartoline come queste venivano eseguite da Hitler dopo la bocciatura in Accademia, sono semplici paesaggi urbani che il futuro dittatore vendeva ai turisti della capitale asburgica. Fare l’imbianchino, il colorista e creare queste cartoline erano i precari impieghi di un Hitler disoccupato prima di unirsi all’esercito del Kaiser tedesco lasciando così l’Austria-Ungheria. Da questa cartolina, e da altre che seguiranno, è possibile notare due qualità fondamentali di Hitler e due invasive carenze. Hitler aveva una buonissima capacità di dosare il colore sulla carta sapendo perciò tirare fuori tutte le luci necessarie, un ulteriore pregio è ravvisabile nella sua prospettiva: la sua sembra essere una prospettiva appresa con molta fatica ma appresa, ed è la stessa prospettiva ad accompagnarci a un suo problema, ovvero (sempre lo stesso) la riproduzione degli omini che desolatamente camminano per Vienna, in lontananza sembra provenire una sorta di folla compatta che nel lungo campo si dimostra essenzialmente corretta nelle forme, ma i personaggi in prima fila? Questi sembrano eseguiti con una rigidità impressionante e con una imprecisa statura, ma certamente più slanciata del dovuto.

Se devo essere sincero guardando queste cartoline trovo una certa analogia con le piazze d’Italia di de Chirico, ciò dal momento in cui anche in queste i personaggi erano tratti in momento di atarassica estasi, con l’animo slegato al luogo nel quale si trovavano, in queste cartoline ritrovo ciò. Logicamente Giorgio de Chirico arrivava da tutt’altra educazione e il suo posizionare lontani uomini dalle ombre più lunghe del loro corpo era parte del suo tentativo di creare una metafisica artistica; in queste cartoline le intenzioni sembrano invece quella di annullare l’importanza degli individui rispetto all’imperiale città di residenza, ovvero tutto ciò che de Chirico non avrebbe mai ipotizzato. Mi sembra facile perdersi a guardare quei cinque personaggi in questa seconda cartolina: sembrano parte di un gioco che chieda di unire i puntini per ricavare un trapezio, quasi una piazza nella piazza. Il loro essere lì non sembra avere alcun senso, sembrano riempire un vuoto che potrebbe anche rimanere tale, fermi a guardare ognuno in una direzione diversa, sembrano quasi d’accordo a farlo: ciò è molto disturbante, e già da queste cartoline può esteriorizzarsi la profonda malinconia di Hitler e una certa dose di estraneità umana.

In quest’altra piazza tutto disturba con un’intensità maggiore. I palazzi sembrano creati con un rigore degnissimo ma tutti tendono a inclinarsi, quasi a crollare l’uno sull’altro, pure le persone sono inclinare e sembra che stiano per cadere riverse per terra ubriache. Ciò ricorda incredibilmente la grafia di una persona depressa che pessimisticamente su un foglio bianco tenderà di dirigere inconsapevolmente la propria scrittura più a fondo possibile, fino al limite della carta. Ciò può essere comunque compreso nella precarietà nella quale Hitler viveva, ma oltre a ciò è percepibile qualcosa di insano.

Questo particolare d’acquerello è uno dei pochi autoritratto del futuro cancelliere tedesco, dove egli kafkianamente si presenta seduto e malinconico sul un ponticello. Egli non ha identità e inoltre contrassegna sé stesso con una X quasi a ricordare a sé stesso di esistere, quasi a presumere di dover essere identificato un giorno, augurandosi quell’incredibile fama postera che nel 1910 poteva solo immaginare senza molta ragione di farlo. Che però egli non si sia dato un’identità ci dimostra ancora quanto la sua desolazione umana fosse grande e dolorosa, oppure ci dimostra semplicemente che non avesse ancora scelto il paio di baffi a lui più congeniali, ma quest’ultima affermazione è scherzosa.

Questo Cucciolo (ovvero il più piccolo de “I sette nani”) realizzato molto lontano dai suoi paesaggi urbani giovanili venne probabilmente disegnato per uno dei figli dei suoi ministri di governo, ma in ciò appare comunque qualcosa di interessante, almeno nella scelta del nano da rappresentare. Cucciolo nel film Disney è il nano più bietolone, quasi un minorato mentale che per la politica razziale del Führer avrebbe dovuto morire o almeno essere castrato chimicamente, eppure egli con esso rappresenta una caricatura di uno dei nemici della germanicità e lo fa con una simpatia notevole. Ciò mi spinge a pensare che in fondo, seppur ormai ai vertici della sua nazione adottiva, egli si potesse pensare a volte parte di quei nemici, simile a Cucciolo, anch’egli tristemente ebete come lui, o comunque un po’ fanciullo, ciò sempre contrapponendosi alla cattiva infanzia che dovette subire. Direi con ciò che la fuga nell’arte e il desiderio d’essere artista che Hitler ebbe tutta la vita avrebbe dovuto essere una fuga dalla sua infelicità e instabilità emotiva. Egli affermò, durante l’incontro che portò la Germania ad acquisire de Sudeti boemi, che la sua aspirazione più profonda sarebbe stata di concludere la sua vita come pittore, a essere sincero ciò mi impietosisce molto, è quasi ipotizzabile che tutto ciò che fece politicamente parlando fosse in funzione di una sua possibile posizione artistica all’interno di una restaurata Pangea tedesca.

Oggi a ricordarlo e a ricordare le atrocità umane che il suo regime commise, non riusciamo a guardare i suoi lavori senza trovare qualcosa di marcio, senza vedere i germi del suo odio e del dolore che provocò. Non potremo mai riuscire a vedere quei suoi omini in lontananza come semplici passeggiatori, bensì penseremo che la loro staticità non sia solo il risultato di una mediocrità pittorica ma anche la rappresentazione di quanto Hitler minimizzasse la vita umana fino a renderla simile a dei manichini lasciati in mezzo alla città per creare ambientazione, ma ciò non credo possa essere la realtà di un pittore frustrato che vedeva nell’atto di dipingere la sua gioia e lo scopo della sua vita, anche se evidentemente la fortuna di essere raccolto ed educato all’arte non gli arrise. E questo è molto simbolico ricordando quanto lui odiò (forse proprio a causa dei propri insuccessi) i pittori migliori di lui, e che gli sembrarono sbeffeggianti (evidentemente) votando il loro talento alla rivoluzione delle avanguardie. Probabilmente, se allora i criteri artistici fossero stati più comprensivi certamente Hitler sarebbe stato preso all’Accademia e sarebbe diventato uno dei qualunque pittori di serie B che nella classicità avrebbero portato avanti una lotta passiva contro le avanguardie del Novecento, ma l’ironia della sorte volle che a ridimensionare l’idea stessa di comprensibilità e accettabilità dell’arte furono proprio quelle avanguardie che lui dichiarò “degenerate”, e che probabilmente e democraticamente per quei suoi acquerelli un po’ naif avrebbero affermato che anche lui meritava l’arte come missione esistenziale. Le rigidità morali delle Accademie lo costrinsero a cambiare prospettive.

Per quanto il pensiero di chi fu Adolf Hitler ci faccia disprezzare i suoi lavori a priori, riesco comunque (e inaspettatamente) a trovare qualcosa da salvare, anche semplicemente nel gioco delle luci e nel suo desiderare la pace delle stesse piazze, il suo metaforico posto di manichino in queste, anziché quello di secondo Anticristo riconosciuto nella storia. Perciò non credo occorra che i collezionisti che abbiano un suo olio o una sua natura morta di fiori lo prestino richiedendo l’anonimato, questo in quanto penso innocentemente che l’Hitler dittatore e l’Hitler artista siano entità distinte tra loro. Ciò può averlo raccontato Maurizio Cattelan nell’opera HIM, dove un Hitler penitente guarda alla luce di un ipotetico Dio o di una ipotetica storia degli uomini, chiedendo perdono, ma non certo un perdono per le colpe di aver trucidato milioni di persone, ciò non l’avrebbe chiesto mai. Piuttosto, quello che Cattelan crea sembra la richiesta, in ginocchio, che l’arte dell’uomo Hitler sia guardata con l’innocenza di chi ha mancato d’insegnamento all’arte e non come l’hobby di un assassino.

Paolo Pera

*In copertina: Maurizio Cattelan, “Him”, 2001