Posted on Ottobre 23, 2017, 2:06 pm
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Viene quasi da ridere. Da ghignare. Da ghignare di rabbia. Il 14 ottobre scorso, da Belmont, Massachusetts, è volato verso i torrioni della città celeste Richard Wilbur. Richard Wilbur aveva 96 anni, nessuna parentela con il più celebre – in questa landa liricamente desolata – Wilbur Smith. Richard Wilbur è stato ‘Poet Laureate’ degli Stati Uniti nel 1987, ha vinto due Premi Pulitzer per la poesia, nel 1957 e nel 1989, oltre a un’altra serie infinita di premi (tra cui il Bollingen) e all’American Academy of Arts and Letters, che ha medagliato gente – se vi garbano le classifiche – come Tennessee Williams, Saul Bellow, Leonard Bernstein, W. H. Auden (Wilbur, per inciso, fu onorato nel 1994, dall’allora Presidente Usa Bill Clinton). Insomma, a Richard mancava solo il Nobel. Beh, di questo tizio, che ha pubblicato 11 volumi di poesie, non sappiamo in Italia editorialmente nulla. Anzi, qualcosa sappiamo. Non ridete, però. Nel 2002 l’editore Mondadori ha pubblicato Contrari. Trattasi “di poesie per bambini, dedicate agli opposti, ai contrari e alle differenze”. Bella cosa. Simpatica. Però. Però perché non è passato nel nostro Belpaese dei poltroni “un tecnico dotato in modo supremo” (così Paul Muldoon, che per fortuna in Italia è stato tradotto)? Troppo difficile? Troppo, troppo? Troppa fatica pensare che in Italia, l’Italia dei poeti e dei sognatori, di Petrarca e di Dante, la poesia abbia un suo spregiudicato mercato? Richard Wilbur, gran traduttore del teatro francese – Moliére, Corneille, Racine – semplicemente era troppo bravo, troppo alto per gli editori italici. Si rifaranno post mortem? Intanto, potete leggere una lunga intervista di Wilbur alla Paris Review qui. In calce, una poesia di Wilbur, per gradire il verso e sorseggiare buona lirica.

 

 

A Storm in April

 

Certi inverni, con permesso,

piazzano un colpo duro, definitivo,

salano il suolo come Cartagine

prima di spiccare il volo.

 

Ma la neve fredda e scintillante

che preme l’aria oggi –

un modo dell’abbandono

come della resa.

 

I fiocchi non pesano

sui salici che pendono

tra i bianchi amenti, lenti

come petali alla deriva

 

poi si sollevano

e brillano nelle altezze

abbaglianti come le foglie d’estate

sbalzate nella luce.

 

Questa tempesta, se ho ragione,

non sarà completamente finita

finché i campi verdi, là e là,

non diventeranno bianchi,

e nell’aria fredda sbuffi di latte.