Di Franco Zeffirelli avete già letto tutto: qui si parla di un articolo memorabile del “New Yorker” e dei volti assoluti di Charlotte Gainsbourg e di Robert Powell

Posted on Giugno 16, 2019, 10:14 am
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Di Franco Zeffirelli leggete tutto altrove, questi sono bagliori. Sfoglio la stampa anglofona. Nel 2004 il regista è diventato ‘Knight of the British Empire’. Francamente ovvio: ha fatto quello che gli anglofoni non sono riusciti. Ha reso Shakespeare pop, una icona della totale giovinezza, ebbrezza dionisiaca, incanto. Il Guardian ricorda la “boccata d’aria fresca” che fu il sessantottino Romeo e Giulietta con seno al vento di Olivia Hussey, un clamore planetario – “Dal Bronx a Bali Shakespeare è un successo!”, godeva a dire il regista – fitto di occhi lividi da parte della critica – di cui Zeffirelli si fo**eva callidamente – e quattro nomination agli Oscar (tra cui “Miglior regia”, insieme a Stanley Kubrick…). Piuttosto – e più importante – gli inglesi ricordano l’ostinata preparazione teatrale di ‘Zeff’: nel 1960, dicono, con sontuosa capacità, all’Old Vic, “diresse una giovanissima Judi Dench”, che gli fu, da allora, eternamente grata – la vediamo, vent’anni fa, in Un tè con Mussolini. Intendo dire, fu infaticabile scopritore di talenti, Zeffirelli. Fu uno che ‘marchiava’. Ho avuto il privilegio di scrivere un testo per Paolo Graziosi, titano del teatro, maestro di cinema – ha lavorato con Bellocchio e Sorrentino, Liliana Cavani e Pupi Avati e Mario Martone. Fu Mercuzio nel Romeo e Giulietta teatrale, italiano, di ‘Zeff’. Aveva vent’anni. Da lì comincia la sua carriera. Ancora lo ricorda.

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Poi c’è la polluzione politica. Così il Telegraph: “è stato uno degli artisti più versatili della sua generazione”. Così il New York Times: “il regista italiano famoso per le produzioni operistiche romantiche e stravaganti, per le popolari versioni cinematografiche di Shakespeare, per l’eccitabile vita sociale”. Il giornalista del NYT, Jonathan Kandell, dice una cosa vera (“A volte i critici hanno rimproverato le messe in scena di Zeffirelli, per quel glamour esorbitante tipico dell’età d’oro di Hollywood; d’altronde Hollywood rigettava i suoi film come troppo intellettuali. Il successo di pubblico era innegabile”), per poi scadere nell’agone politico: “eletto due volte al Parlamento italiano, fu un senatore ultraconservatore, in particolare riguardo al tema dell’aborto”. Il Guardian, che insiste sul legame con Maria Callas, lo ricorda come “uno dei più riveriti e importanti artisti italiani”. Piuttosto, va ricordata una bellissima articolessa uscita sul New Yorker il 22 aprile 1996: ‘Zeff’ avvolto sinuosamente in un cappottone, da cui sbuca una fetta di viso, gli occhi lanciati, da tigre, la fronte volitiva. Titolo: “Zeffirelli’s Revenge”. Due anni prima Zeffirelli è eletto al Senato con la giubba di Forza Italia, l’anno prima ha realizzato una Carmen a Verona che sarebbe stata ripresa alla Scala e un po’ ovunque. Ha appena girato Jane Eyre. In quell’orfana graziata dalla severità e dall’intuito, diceva, rivedeva se stesso.

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Di Zeffirelli estraggo due immagini, due volti. Il primo è quello di Jane Eyre, appunto. Film dalla delicatezza sinistra, didascalia d’ombre, elevato dal volto di Charlotte Gainsbourg, la figlia di Serge e di Jane Birkin. Prima di diventare la maniaca di sesso di Lars von Trier, faccia cementata in una dissipazione sfinita, Charlotte è, qui, per un istante, l’icona del candore, e ciò che di irrisolto, di inafferrabile, di perverso giace sotto la cute dell’innocente. Di lei – tradotto in disumana pietà – è l’avvertimento selvaggio, una avvenenza da giungla, la quota inscalfibile all’amore che continua a distruggerci. Una Maddalena in cuffia, resa a ogni abisso, purché sia certo il non ritorno, un viso che spacca a mezzo il costato, la fronte, il setto nasale, come la chiglia di un angelo.

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D’altra parte è il kolossal televisivo Gesù di Nazareth, con un cast, appunto, colossale – da Anne Bancroft a Peter Ustinov, da Claudia Cardinale a Anthony Quinn, Rod Steiger, Ernest Borgnine. Il film, uscito nel 1977, è scritto da Anthony Burgess, che due anni dopo rielabora la sceneggiatura in un romanzo, L’uomo di Nazareth. Recentemente, la Burgess Foundation ha pubblicato un foglio autografo di Zeffirelli, del 1979, dove è disegnata una torta, “Il dolce della Passione”, per il compleanno del figlio di Burgess, “To Andrew con tanti auguri!”. Fiancheggia il disegno una fatidica ricetta: “Ricotta; Pistacchio; Mandorle; Frutta Candita; Zucchero filato”. La scrittura di Zeffirelli è sicura, allungata, piena di vento.

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La faccia di Robert Powell. Disarma. Non è un caso, credo, che in una intervista rilasciata a Luca Pellegrini per Avvenire nel 2011, Zeffirelli ne abbia parlato così: “Lui doveva interpretare Giuda. Era intelligente, astuto, cattivello: un perfetto traditore. Quando gli feci il provino, arrivò con i capelli lunghi e quei suoi occhi… rimasi fulminato. Lo raggiunsi all’aeroporto di Fiumicino, lo riportai a Cinecittà, chiesi di farmelo diventare il Nazzareno, la sarta gli cucì una veste. Quando entrò, lei quasi cadde in ginocchio”. Giuda convertito dall’occhio del regista – il dio della scena – in Gesù. C’è qualcosa di atrocemente simbolico – anche se ‘Zeff’ a posteriori abbia voluto far quadrare il cerchio teologico.

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Non sottovalutare il viso cinematografico di Powell, eventualmente da comparare, in sinossi fisiognomica, al volto tormentato di Willem Dafoe, il Gesù di Scorsese, e a quello infallibile, di inquietante purezza, di Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo secondo Matteo di Pasolini, che fu eccelso scacchista (uomo che alla violenza dà disciplina infallibile). Da dove arriva e dove giunge, in noi, a quale lato di risonanza ossea, quel volto che pare l’Autoritratto di Albrecht Dürer o uno di quei Gesù in disarmo, di omerica bellezza, di Giovanni Bellini? Neppure bello è ciò che può dire quello che trascina. Un Gesù non ebreo, tutto occidentale, carne spirituale, tramonto, lordura rivelata gloria in quel cuneo di occhi memorabili, sofferenza che leviga il crisma della Storia, struggendo la morte. Qualcosa di unico è accaduto: dopo quel film, Robert Powell – che fu anche un D’Annunzio per Sergio Nasca, nel 1987 – di fatto scompare dalla scena cinematografica. Troppa luce. (d.b.)

*In copertina: Franco Zeffirelli con Charlotte Gainsbourg sul set di “Jane Eyre”, 1996