“Il poeta è un uomo moltiplicato per mille… Il poeta è, innanzitutto, qualcuno che è uscito dai confini dell’anima”: sugli ultimi anni di Anna Achmatova

Posted on Agosto 31, 2019, 8:45 am
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L’incontro nella “vita dei giorni” con Marina Cvetaeva era avvenuto alla vigilia dei bombardamenti su Mosca, nel giugno 1941: Anna Achmatova continuava invano a cercare di far uscire il figlio Lev dal lager; Marina non aveva più notizie del marito e della figlia, arrestati entrambi, e viveva disperata nella miseria e nel silenzio imposto alle sue opere dai soviet del partito. Lontane in poesia, le due donne si scoprirono unite dal dolore comune inflitto loro dal destino, dalla solidarietà nella prova terribile, “camarades de malheur” come disse la Cvetaeva. Tarda risposta fu quella scritta a lei da Anna Achmatova.

Avevano parlato a lungo, le due donne, in quel giorno del loro incontro: per averli vissuti, sapevano entrambe i risvegli angosciati in piena notte, il gelo nel buio di Mosca, le code interminabili alla porta ancora chiusa delle carceri. Conoscevano le figure devastate dall’angoscia di madri, mogli e figlie come loro, il tormento dei cari imprigionati, la voce del secondino che respingeva i pacchi portando la certezza della morte o del trasferimento. Sapevano le esecuzioni e tutto l’orrore che Anna Achmatova canterà in Requiem 1935-1940, l’opera dedicata al male compiuto in nome di un’ideologia.

Poche righe l’Achmatova appose a Requiem, “In luogo di prefazione”:

“Negli anni terribili della ežóvščina ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di tutti noi e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
– Ma questo lei può descriverlo?
E io dissi:
– Posso.
Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto”.

(Leningrado, 1 aprile 1957)

*

La tragedia personale aprì nella poesia di Anna Achmatova all’epica, la sventura personale del figlio la spinse a raccontare la comunanza: “Io sono la vostra voce” aveva dichiarato tanto tempo prima, rivolgendosi a “molti” (A molti, 1922, La corsa del tempo). Lo strazio e un lirismo insostenibile si trasformarono in un dramma in cui il coro non già narrava, bensì era ancora più colpito dell’eroe, assente o sulla soglia della morte. Come nel Poema senza eroe, qui l’eroe divenne nessuno e perciò chiunque: tutta la Russia. Un paese stravolto e già diventato un “altro mondo”:

Abbiamo un vincolo di sangue con l’altro mondo:
chi è stato in Russia l’altro mondo in questo
ha visto (Per l’anno nuovo).

I versi sono di Marina Cvetaeva. L’ansia fu identica. Il dolore fu identico. Il destino fu identico.

In Requiem, Anna Achmatova rese quell’ansia, quel dolore e quel destino in versi dal ritmo martellante, le battute che incalzavano, quasi una serie incessante di singhiozzi. Il poema, che non poteva essere stampato, venne imparato a memoria dalle amiche, tra le quali la moglie di Mandel’štam, morto due anni prima nel gulag. Per finirci bastava molto meno di versi come quelli di Requiem e, per Anna Achmatova, le ritorsioni sarebbero cadute sul figlio Lev ancora prigioniero. E allora lei e le amiche non dormivano, la notte, e mandavano a memoria le liriche.

Liberata dall’istante atemporale delle idee e scagliata violentemente nei giorni insanguinati della storia, la poesia narrava l’insulto a tutto il popolo russo, Anna si faceva la voce di quel popolo:

E non per me sola prego,
ma per quanti erano là con me
nel freddo crudele, nell’afa di luglio,
sotto la rossa, accecata muraglia.

(Requiem, Epilogo, I)

*

Quando non poté più pubblicare poesia, Marina Cvetaeva scrisse di Pasternak e dell’Achmatova, verso la quale nutriva una specie di culto: “… la Achmatova e Pasternak attingono non dalla superficie del mare (del cuore) ma dal suo fondo (senza fondo)”. Comprendendone a fondo il nucleo poetico, da poeta aveva letto la poesia di entrambi cercandovi non “lo scorrere senza ritorno, ma l’onda che sempre ritorna (…) e l’ineluttabilità del tuo stupore dinanzi a loro.” (Poeti con storia e poeti senza storia)

Parlando di Pasternak, dell’Achmatova, di sé, di ogni poeta, sempre Marina Cvetaeva aveva anche affermato: “Il poeta è un uomo moltiplicato per mille (…). Il poeta è, innanzitutto, qualcuno che è uscito dai confini dell’anima. Poeta dall’anima e non nell’anima. (…) Qualcuno, ancora, che è uscito fuori dai confini dell’anima – nella parola. (…) Parità di dono: dell’anima e della parola – ecco il poeta. (…) Indivisibilità di essenza e forma – ecco il poeta”. (Un poeta a proposito della critica)

*

Il poeta è colui il quale conosce il mondo visibile, ma presta ascolto solo al mondo invisibile. Partendo dalle cose, cerca di dar corpo ai suoi sogni: le prime gli sono necessarie, ma solo per andare di là da esse e accedere al regno dell’invisibile e dell’indicibile e reperivi simboli, “indizi terrestri”. Scrivere è dar voce a qualcosa che preesiste l’individuo, che è già formato, non qui, non oggi ma altrove, ieri o domani, là dove sono le essenze: pura “volta sonora”, lo scrittore o il poeta non fanno che rendere palese o schiarire i nessi tra il palpabile e l’incorporeo, non fanno che dare a tutto ciò una forma e un suono.

Due mesi dopo l’incontro tra Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, quest’ultima si sarebbe uccisa. Anna doveva continuare da sola la sua battaglia per liberare il figlio. Scriveva all’amica una lettera in versi, traccia indelebile della sofferenza loro e di molti come loro:

Oggi io e te, Marina,
camminiamo per la capitale di notte,
e ci seguono milioni come noi,
e non v’è più taciturna processione,
e intorno i suoni a morto
e il selvaggio lamento moscovita
della tormenta che cancella i nostri passi…

Nel ciclo Nell’anno quaranta (1940), Anna continuò a raccontare il suo caso individuale e insieme il buio collettivo calato sopra l’Europa e la Russia, la sinistra duplice minaccia del nazismo e dello stalinismo, la perversione liberticida di quel momento storico, “quando gli uccelli della morte erano allo zenith” per riprendere un verso dal suo Il vento della guerra. Per lei, che non avvertì mai le seduzioni della rivoluzione ma l’accettò semplicemente per quel che era, dolore e catastrofe, la guerra fuse in un unico sconvolgimento del mondo lo scalpitare selvaggio dei cavalli, l’ululato della tromba e i canti funebri dei contadini.

Ecco la lirica che dà il titolo alla raccolta. Come spesso, anche qui la poesia dell’Achmatova parte dal destino particolare – il proprio – per allargarsi a quello umano – le vicende corali di un intero popolo sottoposto a una prova terribile dalla storia:

Ma io vi prevengo che vivo
per l’ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco, né come stella,
né come acqua sorgiva,
né come suono di campane
turberò la gente,
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

(1940, Nell’anno quaranta)

La voce che dice “io” è occultata, parla come da dietro una parete: vive ancora, ma “per l’ultima volta”. La realtà si è disgregata in una serie di soggetti: rondine e acero, giunco o stella, poi acqua di fonte e infine suono di campane a morto. Il dissolversi di ogni piano razionale, visivo ed emotivo prefigura forse il destino della stessa Russia? Di certo ripete l’angoscia crescente che s’insinuava nei cuori dopo la resa di Parigi e la solitudine dell’Inghilterra, che resisteva con “lacrime e sangue” agli attacchi nazisti.

Il tono drammatico, la tensione oracolare, la tonalità tipica della tragedia ricevono accoglienza nell’autobiografia. Colei che scrive non vuole diventare un lamento infinito. Al contrario, la Russia stessa è un unico e compatto “gemito insaziato”: l’anticipazione temporale pare non di meno risalire il tempo per ripiegare verso il passato, l’ombra sembra quasi volgersi all’indietro verso il mondo perduto. Dal presente la separano pochi anni. In realtà sembrano secoli: Sono stata via settecento anni, dice un altro verso di Luna allo zenith.

*

La vita di Anna Achmatova si era come spezzata tre volte. Il primo colpo era avvenuto con la Prima guerra mondiale:

Invecchiammo di cent’anni, e accadde
in un’ora sola.
(…) Dalla memoria, come un peso vano,
dileguò l’ombra di canti e passioni

(In memoria del 19 luglio 1914, 1916, La corsa del tempo)

Il secondo colpo l’aveva spinta sul crinale della rivoluzione, quando la poesia divenne per lei soprattutto prova di sopravvivenza, resistenza, canto di morte di antiche memorie e antichi richiami, destinati a scomparire o già definitivamente scomparsi. Per ironia del destino, le sue prime raccolte si scontrarono con il secolo proprio uscendo nel 1914 e nel 1917 e, forse, proprio l’urto con i rombi di cannone e fucili fece avvertire ancora più vivida la vibrazione della sua giovane voce lirica.

L’ultimo colpo fu infine quello del regime di Stalin e allora, sotto un tragico esistere che non aveva confronti né metri di paragone, più tragica si fece l’intonazione della sua poesia.

Malgrado in quel mondo intimo e riparato vi avessero fatto irruzione la storia e i suoi orrori, da un punto di vista poetico la lirica dell’Achmatova non variò per intensità e profondità acutamente personale La storia le servì da prisma per rifrangere il dolore personale e quello della sua gente. Perciò si rifiutò sempre di lasciare la Russia ed emigrare:

No, non sotto un estraneo cielo,
Non al riparo d’ali estranee:
Ero allora col mio popolo,
Là dove il mio popolo, per ventura, era. (Requiem, 1961)

Il fiume dei versi continuò a fluire nel suo alveo, sebbene tutto intorno le rive stessero franando. Anche il rifiuto d’ingrossare le fila dell’emigrazione fu per Anna un’orgogliosa affermazione della propria autonomia poetica. Eppure in Russia nessuno voleva più pubblicarla. L’Unione degli scrittori sovietici soffocava scrittori e poeti nella morsa della censura e del regime che, disse Pasternak, bruciava i poeti “come combustibile fossile”.

Quando, intorno al 1940 qualche lirica dell’Achmatova iniziò a riapparire in rivista, il silenzio intorno a lei durava da quasi un ventennio.

*

Rallentiamo il passo, iniziamo a risalire la corrente.

Poesia sempre uguale, fedele a se stessa, la sua. Ma l’Achmatova era un’autrice capace di rinnovare energicamente, proprio mentre la stava recuperando, la propria materia poetica originaria. Negli ultimi anni la sua vena lirica torna a scorrere trasparente, cristallina, a ripescare dal fondo della corrente e risalire dall’alveo della memoria temi e ritmi che erano stati salutati un tempo come una novità, un tratto tipico delle prime raccolte.

Anna riconquista anche la visione patria, l’occhio rivolto al futuro generale della Russia, la Rus’ avita e amata. Da sempre era così: “Il cuore batte rapido, più rapido” (La confessione, 1911, La corsa del tempo). Ma i canti della Russia s’intonavano adesso in un tono più pacato e disteso, talvolta in una tonalità di aperta disillusione nell’istante in cui venivano a riconoscere, con malinconico ritardo, “la fredda, pura, lieve fiamma/della mia vittoria sul destino” (Qualcuno ancora riposi nel Sud, 1956, La rosa di macchia fiorisce).

Secondo una visuale simile a quella adottata in questa lirica giovanile, faceva ritorno a scene e quadri della sua vita prima della guerra e della rivoluzione:

Ho appreso a vivere semplice e saggia,
a guardare il cielo, a pregare Iddio,
e a vagare a lungo innanzi sera…

Davanti a lei, come da sempre, si apriva la distesa infinita della terra russa, con le fila di alberi dalle foglie insanguinate di bacche:

Quando nel fosso freme la lappola
E il sorbo giallo-rosso piega i grappoli…

E il movimento dei versi scivolava impercettibile da fuori a dentro:

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca
Il palmo, fa le fusa più amoroso,
e un fuoco vivido divampa (…).
Solo di rado un grido di cicogna,
volata fino al tetto, squarcia il silenzio.

(1912, La corsa del tempo)

Dal gatto alla mano e da questa al fuoco verso cui la mano si protende, il movimento della figura e la stessa stanza si tingono d’arancione alle fiamme nel camino. Il richiamo della cicogna che viene dal tetto non fa che approfondire il silenzio e l’intimità della scena davanti al fuoco che brilla. L’ultima visione che il lettore conserva negli occhi è il barbaglio delle fiamme, l’ultimo suono è quello che scende e poi tace nella notte.

*

Il cerchio è prossimo a chiudersi: ci stiamo avvicinando, camminando passi lenti a ritroso, al principio.

L’abbiamo visto nelle raccolte dedicate alla guerra: la poesia dell’Achmatova fu una continua corrente lirica che annullava la distinzione tra il personale e il corale, la cesura tra “io” (che scrivo) e “voi” (che leggete): “Poiché la corrente si chiamava “amore”, le poesie riguardanti la terra natale e il periodo storico apparivano intrise di un’intimità quasi incongrua; per converso, quelle ispirate alla vita affettiva andavano acquistando un timbro epico”, commentò – di nuovo Brosdkij – questo spericolato travaso tra il secolo e il singolo essere.

Ecco il segreto: assoluto e immortale è quel che è dentro il poeta, dentro l’uomo. La parola della poesia si sottrae alle leggi terrestri e, rinnovando in ciascun poeta la morte di Orfeo, fa ritorno al luogo in cui sgorga. Nella fine è il principio e il principio è negli estremi che, in poesia, compiono il prodigio e si fanno norma, pane spezzato, felice contrada fiabesca dell’”ora” e del “qui”, battito del cuore, vita.

Un’altra – l’ennesima – elegia è un altro canto della separazione e dell’addio:

La porta è socchiusa,
dolce respiro dei tigli…
Sul tavolo, dimenticati,
un frustino e un guanto.

Giallo cerchio del lume…
tendo l’orecchio ai fruscii.
Perché sei andato via?
non comprendo…

Luminoso e lieto
domani sarà il mattino.
Questa vita è stupenda,
sii dunque saggio, cuore.

Tu sei prostrato, batti
Più sordo, più a rilento…
Sai, ho letto
che le anime sono immortali.

(1911, La corsa del tempo)

Nella semioscurità creata dalle ombre di quell’“io” e di quel “tu”, nei loro riflessi e nelle loro apparizioni vaghe – aspirazione ad allontanare l’amore, a trarlo fuori dai confini della vita, anelito alla perfezione, alla pienezza della totalità -, può inserirsi e riconoscersi il lettore. L’amore è qui il linguaggio segreto con il cui inchiostro trascrivere i comunicati dello spazio e del tempo. La musica del verso è la sede del suo tempo, il tempo dell’amore che si svolge fuori del tempo stesso. È nell’amore che il finito può rischiare e ritenere di porsi alla pari con l’infinito, ma solo la poesia è in grado di rendere tangibile e vero ciò che altrimenti sarebbe impossibile da custodire.

Seguiamo il cauto movimento dal vicino – il cono di luce gialla emesso dalla lampada, i tigli, il frusciare del giardino in sottofondo – al lontano – l’assenza dell’amato, il domani, il futuro che attende con le sue insidie. Poi, adagiati in quel movimento, ci è dato scrutare l’impercettibile rotazione del centro di gravità poetico dall’“adesso” verso l’“immortalità”, l’audace spostamento dalle cose allo spazio indicibile “oltre le cose”.

Tutto si è compiuto: “domani” è “immortale”. In pegno, quaggiù l’immortalità ospita per intanto il suo ostaggio: il cuore. Sì, quaggiù “questa vita è stupenda”.

Il “cuore” si trasforma in “anima”, l’eros è già ridiventato elegia. E il cerchio, adesso, si chiude davvero.

Paola Tonussi

(fine)