A Tampere, la città della Nokia e di Anna Falchi, ho visto la fabbrica di Willy Wonka e ho abitato in una cover dei Pink Floyd. In Finlandia l’utopia socialista è tirannica (mi dice il console): il segreto è fare della propria vita un endecasillabo

Posted on novembre 01, 2018, 7:17 am
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Il prof di italiano dell’Università di Turku me l’ha detto, “va a Tampere? Vedrà, è come stare sulla copertina di un disco dei Pink Floyd”. Non capisco a cosa alluda, ricordo solo il prisma di The Dark Side of the Moon. Treno da Turku a Tampere, tra le due città c’è atavica ostilità – d’altronde, non puoi esistere senza un nemico. Poi capisco. Gennaio 1977. Animals. L’album con le ciminiere e le fabbriche lampanti in copertina. Sbarchi a Tampere e ci sono le ciminiere, simili a mille segni esclamativi in mattoni rossi. Altro che Pink Floyd, urlo dentro me stesso, tra l’esofago e la laringe, quella è la fabbrica del cioccolato di Willy Wonka.

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Tampere, in Italia, è famosa per un paio di cose. Forse tre. La prima è Anna Falchi. Papà italiano, mamma finnica, la Falchi è nata a Tampere, prima del fatidico disco dei Pink Floyd, nel 1972. La seconda è la Nokia. Nokia, la multinazionale delle telecomunicazioni, nasce a Nokia, appunto, dieci chilometri da Tampere, dove ci sono le sedi amministrative. La terza è la squadra di calcio del Tampere United, gemellata al Manchester United. La squadra, nata vent’anni fa, funziona, vince il primo di tre campionati nel 2001, fa la Uefa e la Champions, qui vengono a giocare la Lazio e la Juventus. Il Tampere United, nel 2011, è implicato nello scandalo calcioscommesse, quello che ha snaturato, da noi, un bel po’ di squadre, dall’Atalanta al Genoa, dal Bologna al Lecce al Piacenza. Solo che da noi tutto si risolve a tarallucci e qualche punto di penalizzazione. In Finlandia la severità è finnica: la società fallisce nel 2011, riparte da zero, rinasce dal 2015.

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Landa di caccia svedese, Tampere deve l’autonomia ai fiumi e alle ripide. E a un imprenditore scozzese. James Finlayson, che da Glasgow s’era messo a fare l’imprenditore tessile a San Pietroburgo, annusa l’affare e comincia a dare del tu ai fiumi finlandesi. A Tampere, agli esordi dell’Ottocento, installa alcune fabbriche ‘all’inglese’, che sfruttano l’energia delle rapide. In breve, Tampere diventa un centro industriale importante. Ora le aziende tessili, numerosissime, sono state convertite in centri commerciali, ristoranti, uffici. Le ciminiere svettano, Tampere prospera, e al vago turista pare di essere in un film di Tim Burton.

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“Questa, in fondo, è l’utopia socialista realizzata”, mi dice Roberto Castagno, ingegnere Nokia, genitori torinesi, laureato a Trieste, moglie finlandese inflessibile – “io non parlo, obbedisco” – due figli adolescenti – uno dei quali, è un asso del nuoto – ‘Honorary Consul of Italy in Tampere’, dice il biglietto da visita. “Non si impressioni, è solo una carica che svolgo a titolo gratuito”. E cosa fa un console onorario a Tampere? Bolla i passaporti, stila le pubblicazioni di matrimonio dei connazionali – “sa qual è l’albo del consolato a Tampere? Il frigorifero di casa mia… la sede del consolato è la mia casa privata”. Qualche anno fa, mi dice, si è dovuto occupare di un caso piuttosto infelice. Una nigeriana sposata a un pisano, con permesso di soggiorno italiano valido su passaporto nigeriano falso, esercitava la professione in un albergo facente funzioni di casa chiusa a Tampere. “Non s’è ancora capito se era il pisano a sposare le nigeriane per piazzarle a Tampere a fare le prostitute o se è la nigeriana ad avere gabbato l’italiano per avere il permesso di soggiorno…”.

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Turku

Ho trovato casa a Turku: è questa…

A Tampere risiedono un centinaio di italiani, spesso giunti al Nord per ragioni, diciamo così, carnali – hanno impalmato una bella finlandese. Insomma, il welfare… attacco io. “Non è tutto bello come pensate voi”, mi dice il console onorario. “Il paradiso socialista significa che, progressivamente, si pagano molte tasse per garantire a tutti una vita soddisfacente”. E non è bello questo? Da noi si pagano tante tasse e non ci sono i servizi. “Diciamo che non è incentivata l’iniziativa privata, non è stimolata l’individualità”. Nel tour finlandese – per prossimità geografica ma soprattutto sentimentale – ho portato con me un libro di Iosif Brodskij. Nel saggio Sulla tirannia il poeta spiega che “è proprio della tirannia strutturarti la vita. Lo fa con tutta la meticolosità possibile, e certamente meglio, molto meglio di una democrazia. E poi lo fa per il tuo bene, perché ogni ostentazione di individualismo in mezzo a una folla può essere dannosa… per questo c’è lo Stato gestito dal partito, con i suoi servizi di sicurezza, gli istituti psichiatrici, la polizia e la fedeltà dei cittadini”. Per Brodskij lo statalismo è l’applicazione cauta – ma egualmente soffocante – della tirannia. I partiti, per vincere le elezioni, devono parlare alle masse, riducono i singoli individui a brodaglia, a creature senza volto; la poesia, al contrario, esiste per darci il senso della nostra inossidabile individualità.

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Incrocio le parole del console con la realtà che vedo intorno: l’aria è grigia, morbida di piogge, e le biblioteche sono bellissime. In mattinata entro in quella di Turku – un edificio dei primi dell’Ottocento, cresciuto a dismisura in un bubbone di vetro – e in quella di Tampere la sera – una spirale in cemento e finestre grandi come uno sbadiglio. Le biblioteche sono luoghi davvero ‘pubblici’: c’è molta gente, di ogni sorta. Chi entra per leggere il giornale, chi per ascoltare un ciddì, chi per prendere un caffè mentre studia – di striscio, incrocio un italiano, Igor Piras, sardo, pratica il finlandese, lavora, studia sociologia. “Statisticamente, un abitante finlandese ha preso in prestito in biblioteca dieci libri all’anno”, mi dice il console. Numeri stratosferici rispetto a un Paese – il nostro – che ha inventato la poesia moderna con Dante e Petrarca ma dove meno della metà degli italiani legge almeno un libro all’anno (statisticamente brutto).

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Di sera, cena a casa della presidente della Società Dante Alighieri di Tampere, sontuosa – la cena, certo, una ‘parmigiana’ alla finlandese squisita, ma soprattutto la casa. “Ecco, questi stanno dalla parte buona dell’utopia socialista”, sottolinea il console: il marito della presidente, in effetti, è un imprenditore che possiede diverse industrie chimiche. Sgranocchiando la melanzana e sfottendo “il Parmigiano di Tampere”, un simpatico finlandese in pensione, che ha imparato l’italiano leggendo Italo Svevo e che ama in particolare l’Ulisse di James Joyce, non certo atletico – una pancia lunare lo onora – mi spiega come si caccia l’alce – bisogna essere almeno in venti, lui va a caccia con gli amici ogni fine settimana, da ottobre a Capodanno – e come si pesca nel lago ghiacciato, con il trapano, l’esca, la scatola dove mettere il pesce. Esercizi di asfissiante solitudine. Chi vince l’alce, e ha l’onore di sparare e uccidere, si porta a casa, in un sacchetto di plastica, il fegato e il cuore della bestia.

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Intendo dire. I finlandesi praticano la solitudine – dietro la scorza gelida, avanzano raffinate inquietudini rafforzate dalle betulle. Leggono, vivono i boschi e i laghi, conoscono i pertugi dell’oscurità che li smussa da novembre a gennaio, quando il sole sta a mezz’aria come un palloncino per cinque ore, cadaverico. Poi c’è lo Stato Mamma – e mannaia. Forse vogliono essere lasciati in pace. Sussidio statale, tanti libri, la caccia il sabato. L’amore, a primavera.

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Ho trovato casa in una zona periferica di Turku. La casa è gialla, di legno, di un altro tempo. Si può passare la vita lì, pensando alla vita, finché la vita non è passata. Scrivere qualche poesia sulla assi di legno della sala e sulle tegole, per allenare i corvi all’alfabeto e vedere come lo masticano le volpi. Introdurre la propria vita nella rettitudine di un endecasillabo. (Davide Brullo)