A proposito di Festival di Sanremo… Pasquale Panella, quello di “trottolino amoroso” e del sodalizio mistico con Battisti, mi piace, mi svena, mi rende indecente

Posted on Febbraio 07, 2019, 10:15 am
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Io mi sono innamorata di Pasquale Panella che leggeva un testo di Mogol. E precisamente, Anonimo, quel verso, “una goccia di benzina…”, come lo dice e come lo ripete: la sua voce è eroina che scende nelle vene, ti crolla le ossa, non ti collassa ma è lingua che ti batte sul clitoride, e ti viene voglia di aprirgli le gambe. Ci sono scrittori per cui vale perdere ogni femmina dignità, per cui sperperarsi. Oltre a farmi venire affastellando parole, Panella ha questo che me lo rende speciale: la sua libertà di andarsene, di disessere, di non partecipare, e di goderne. Ti getta addosso i suoi versi a farti un favore, con noncuranza, del destino delle sue creazioni frega il niente. In questa modica e monotona realtà dove l’umiltà è vanto, è pregio, Panella si erge a superbia e alterigia (“Se devo chiedere un parere autorevole, lo chiedo a me”), due qualità adorabili in un uomo, e mi si trovi qualcuno a lui migliore, o superiore.

C’è che quel seme, il suo, nel mondo della canzone non ce lo mette nessuno perché nessuno ne ha cervello e coraggio, e la facilità, l’immediatezza. Hai letto bene, Panella è facile e immediato, ogni appellativo che i sapientoni della critica osano affibbiargli, ermetico, dadaista, orfico, tutte caz*ate, credi a me. Panella è Panella. Vertiginoso, esigente, così giocoso. Non c’è bisogno di spiegare altro, e anche queste mie righe a lui odiose (“detesto riassumermi”), risultano inopportune, innecessarie. Ma che ci posso fare, Panella mi piace, mi svena, mi rende indecente, è lui il primo a essere indecente a scrivere, a vivere e morire nel solo atto di scrivere, nel giocarsi l’autenticità a versi stesi, nel venirti tutto, dentro, a sc*parsi l’udito di chi ascolta, che nel suo intento è sempre donna, è sempre pronta. Panella è un baco che secerne seta, è un invito a impazzire, per lui non esiste pubblico, non esiste recensione, è ogni volta una questione a due. Ti sfida a fare letteratura con le mani, ti aspetta all’alba a duellare, pronto con armamenti linguistici che impugna e offre a chi lo legge e l’ascolta.

Con lui, in una canzone, non è pensabile che l’eccesso. Cosa vuoi ascoltare, che la vita è difficile, che l’amore fa soffrire? Allora vuoi solo quello che sai già, vuoi canzoni acquietanti, analgesiche. Cerchi un senso nel godimento, nel piacere? Allora non vuoi ciò che può esserne diluvio, non vuoi l’illecito, non vuoi l’apparenza. Dice Panella: “Non so mai quello che scrivo, magari so quello che non scriverò”. Si inca*zi, si indigni, mi prenda a sberle, io gli rinfaccio che è un gran truffatore che si trastulla a pensar parole, titillandone il limite estremo. Ma alle parole sa dare configurazione, sa metterle a rischio, provare a confonderle, prima che le stesse, o la noia, abbiano il sopravvento. Chiede Panella: “Esiste qualcosa che non sia un punto di vista?”. È un punto di vista rispondergli – o ratificargli – che è lui l’incredibile, da oltrepassare la vergogna? Ci gode a trascorrere e percorrere le parole e i sensi, ad attirarti alla scoperta di un tesoro che vuoi evitare. Portarti all’estenuazione. Panella fugge il senso unico, o meglio, l’unico senso. Se solo si conoscesse l’indicibile, velato da tutto ciò che pare detto: il mondo di Panella azzardo inizi da qui, da questo sguardo su questo farsesco orrore. Adattare teoriche parole alle parole, e sia: trottolino amoroso, (“un verso che volli e l’ottenni, me lo estorsi godendo”), dolcezza e liturgia/orgetta e leccornìa, (“dietro c’è un corpo, e si sente”), e ancora, “alla canzone non è chiesto di dire, ma di apparire. Ecco perché L’apparenza: con Lucio Battisti, io per la prima volta ho fatto provare alla canzone il brivido della scrittura”.

Le parole non hanno un significato, ne hanno molti: ci sono scrittori che hanno una vocazione parossistica del senso, sono contro la riduzione della figura retorica a senso, detestano chi ne enfatizza uno soltanto. Pasquale Panella non ricerca il senso, persegue l’esaltazione. È un uomo, è cose che pensano non di questo mondo, ha un ‘suo’ tempo. Per lui esiste un’altra realtà, l’inopportuna. I testi sono la sua Abissinia, di cui far commercio di parole schiave. Se l’amore è, se è possibile che sia, è vampa nascente, dolosa, non manifesto per istinto, e senza futuro. Ogni altra forma è arredamento, è adeguatezza. L’amore è abbaglio, è lotta tra due cecità, l’altra è l’odio. L’amore è farlo, è voglia. E cosa vuole la voglia? Esaudirsi, e spirare (“con l’amore ho ingaggiato una lotta, gli ho messo le mani addosso, questo amore del quale oggi si fa abuso narcotico, calmante”). Far piangere di desiderio: è per Panella la funzione della scrittura. Una scrittura che sia più improvvisata che altro. Tutto il resto, sono piccole moralità.

Barbara Costa