Posted on novembre 11, 2017, 3:36 pm
FavoriteLoadingAdd to favorites 8 mins [post-views]

Un due tre, si parte. Armatevi di carta&penna, a sfidare i marosi del vostro cuore, le Amazzonie che si spalancano appena oltre il confine dell’intestino tenue. “Pangea” diventa palestra di scritture. Abbiamo chiesto ad alcuni studenti della Scuola Holden di Torino di costruire una redazione parallela. Un laboratorio di follie. Simile a una mongolfiera. All’opificio di un alchimista. Che si chiama Il Cannibale. Perché? Perché la scrittura è sempre ‘cannibale’, cioè, divora la vita. Saranno loro, questi baldi scrittori intrisi di futuro, a leggere e a giudicare i vostri racconti. Che potete inviare qui: info@pangea.news.

 

L’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa

“Il Cannibale” rappresenta l’esatto contrario della volontà di qualsiasi becchino legato alla mercificazione editoriale. Qui sono ammessi racconti, critiche e recensioni (anche extra-letterarie), e soprattutto lampi d’identità: perché scrivere? È possibile inviare racconti o proporre spunti di qualsiasi tipo: saranno letti e analizzati dalla nostra redazione di giudiziosi sfaticati e successivamente – se considerati meritevoli – pubblicati su Pangea. Eventualmente e a vostra richiesta potrete firmare con uno pseudonimo: grazie alla scrittura si può essere trasparenti, mettere al centro la propria idea – che è parallela alla persona, ma più importante – e lasciare che il contenuto rimanga in primo piano, libero e sanguinario come il selfie di un cannibale nella homepage di Facebook. “Il Cannibale”, dopotutto, è l’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa.  (Nicolò Locatelli)

 

 

Compagni di cella e compagni d’anima

Rientrato in casa mi piazzai nudo di fronte allo specchio.

Posso farcela, pensai.

Cara, vado prendere le sigarette, torno per l’ora di cena – mentii sorridendo.

Non potevo permettermi di meglio.

Una volta in macchina accesi la radio e proseguii ascoltando il notiziario.

Dopo tre quarti d’ora incontrai un posto di blocco, l’accesso al traffico era stato vietato. Abbandonai l’auto e percorsi l’ultimo chilometro a piedi. Giunto sul posto tirai due respiri profondi e mi sentii invaso da una strana calma. Attraversai deciso la folla. Ci vado io – urlai.

Venni giudicato adatto fin da subito, il mio aspetto convinse tutti che fossi la persona giusta. Mi spiegarono come si prepara un giubbottino di corda, e dopo essere stato imbragato a mia volta mi avventurai nel buio.

Portavo con me una piccola torcia, fissata da qualche parte lungo la schiena.

Non avevo mai visto una grotta, ero terrorizzato dai ragni e dai serpenti.

Gridavo per fargli mollare cinque metri di cinghia alla volta, scavando un varco nel terreno con il corpo. La roccia apriva dei solchi nella mia pelle, sanguinavano le gambe, le braccia e le anche.

Non ero io a soffrire, era un altro.

A queste profondità è impossibile trovarne – mi dissi – ci sono soltanto vermi.

Il cunicolo, sempre più stretto, sembrava non avere fine.

Respirare costava fatica.

Quando finalmente lo trovai era coperto di fango, gli ripulii il naso, la bocca e gli occhi. Aveva un braccino tra le ginocchia, piegate all’altezza del petto, e l’altro attaccato al fianco, con la mano sotto al sedere.

Cercai di rassicurarlo con delle promesse.

Ci vieni con me in Sardegna? Facciamo un giro in barca e ti compro una bicicletta nuova.

Non poteva rispondere – rantolava – ma se stavo in silenzio per qualche attimo lui aumentava il volume. Mi stava ascoltando.

In superficie pensavano fossi morto, non rispondevo al microfono da tempo.

Tentai d’imbracarlo come mi avevano mostrato sei o sette volte, ma la cinghia si sganciava poco dopo, oppure slittava a causa della melma.

A quel punto lo strinsi per le braccia, ma la sua carne umida non offriva appigli. Il caldo e le pulsazioni alle tempie rendevano difficile pensare. L’afferrai per i gomiti tirandolo verso l’alto, continuò a scivolarmi finché non gli spezzai un polso. L’ossicino rotto provocò in lui un rantolio più violento.

Piansi, le mie lacrime gli caddero tra i capelli. Disperato grattai le pareti attorno per allargare il passaggio, e in pochi secondi compresi l’errore.

Liberai nuovamente il suo viso dal fango. Volevo riportarlo in superficie a tutti i costi, ma con l’ultimo tentativo riuscii solo a stracciargli la canottiera. Padre Nostro, con la terra in bocca non riusciamo più a respirare. Chiesi di risalire, e rassegnato mollai la presa.

Mi avevano detto che l’intervento non poteva durare più di mezz’ora, in caso contrario avrei rischiato la morte, ma una volta sul posto mettermi a contare sembrò fuori discussione. Soltanto i prigionieri hanno bisogno di spazio.

Rimasi lì dentro quarantasei minuti e per sempre.

Una volta stramazzato sull’erba, sua madre mi premette le guance, chiedendomi se il suo bimbo respirava ancora.

Non so ancora per quanto, mi dispiace – risposi.

Intorno a noi si agitò una folla di paramedici, giornalisti e curiosi semplici.

Grazie alle telecamere persino il cielo sembrava rapito dallo spettacolo.

Poi svenni. Avevo fallito.

Dopo di me si offrirono altri volontari ma i loro tentativi furono inutili.

L’operazione di salvataggio si era trasformata nel recupero di un cadavere.

Scrissero che il bimbo morì a sessanta metri di profondità per soffocamento e disidratazione.

Dal 13 Giugno 1981, la data del del fallimento, diventai noto nei fatti di cronaca come “l’eroe di Vermicino”, oppure “l’angelo di Alfredo”.

Una parte di tutto ciò che fino a quel momento faceva parte di Angelo Licheri si spense, e Alfredino Rampi entrò a far parte di me.

Al muro della mia camera ho appeso una sua fotografia, e se a volte ci sembra di esserne usciti insieme dal pozzo, tutti gli altri giorni sappiamo di essere morti nel corso del primo reality show trasmesso in Italia.

In vita lavorai finché mi fu possibile, il mio intervento è stato un gesto spontaneo.

Ora ho 71 anni e abito in una casa di riposo.

Non riesco più a leggere né a guardare la televisione: il diabete si è portato via buona parte dei miei occhi, e sempre a causa sua mi hanno amputato una gamba, ma proseguire con questo discorso sarebbe inutile. Ho imparato a camminare con le stampelle, più di così non sono riuscito a salvarmi.

Morris