Posted on novembre 04, 2017, 3:53 pm
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Luigi Mascheroni è il più inafferrabile e felino tra i giornalisti italiani che – per virtù o per senso di colpa – trafficano con la ‘cultura’ (parola che, di per sé, stimola a tutti i lettori un senso di vertiginosa schifiltosità). A me, poi, pare il più sano. Perché? Perché per lui, sostanzialmente, non c’è distanza tra vero e mentito, tra reale e fantasticato. Sostanzialmente, Mascheroni crede che nulla abbia senso. Il che è il punto di partenza migliore per trovarlo, il senso. Meglio partire da un’assenza, comunque, da un quadrilatero vuoto, perché la presenza è sempre troppo ingombrante. Se fossi Borges e dovessi delineare il personaggio – alto, elegantissimo, proditoriamente snob, eppure di ineffabile innocenza – partirei da Sesto Empirico. Il filosofo scettico del II secolo si rifà alla maestria di Gorgia per esprimere tre concetti che segano alla radice ogni aerea speculazione sull’essere. “Nulla è; Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri”. Secondo me Mascheroni trasuda, fin dal taschino del doppiopetto, questa ferrea trinità di concetti. Che esprime, pure, tale trimurti dello scettico, una idea giornalistica. Gli articoli di giornale, in fondo, non sono ‘la verità’, ma fole ben inghirlandate. Le ‘notizie’ non esistono – esistono i racconti, le storie, le nuvole con forma di drago. Stringendo. Mascheroni è un biblioamante pronto a fare follie per la sontuosa copertina di un libro di cui magari gl’importa un fico del contenuto. Un giorno ‘battezza’ brutalmente il blabla dei politici – portatori sorridenti della lebbra linguistica – e l’altro giorno, per festeggiare il suo compleanno – di un giornalista è illecito citare l’età – partorisce uno sfizioso pamphlet per amici, Una vita, troppi libri, che è poi “un decalogo, utile ma non essenziale, su come organizzare, gestire e giustificare la libreria di casa (ma solo per chi possiede più di diecimila volumi)”. Stringendo ancora. Mascheroni, da vari lustri, è penna principe de il Giornale, da pochi mesi è editore artatamente aristocratico – c’è lui dietro le scelte editoriali della De Piante Editore, che stampa “Pochi libri per pochi”, ovviamente, diretta insieme ad Angelo Crespi e a Cristina Toffolo De Piante – da pochi giorni è il curatore della collana ‘Ante litteram’, per l’editore Aragno. La collana intende setacciare i “grandi scrittori del Novecento italiano che hanno frequentato letteratura e giornalismo”. Il primo libro è un colpo da biliardo. Firenze, del grande critico letterario – e Artù del giornalismo culturale – Emilio Cecchi (pp.290, euro 20,00), con intro di Pietro Citati. Sul punto, abbiamo beccato lo sfuggente Mascheroni. Ecco l’esito del dialogo.

Giornalisti-scrittori, scrittori-giornalisti, etichetta che suona un paradosso. I giornalisti-scrittori sono giornalisti non così bravi da essere scrittori; gli scrittori-giornalisti sono scrittori che non sanno scrivere bene (cioè, pane al pane e la retorica a casa sua) come i giornalisti. Tu, però, curi una collana tentando di vincere i pregiudizi. Perché?

“Perché in realtà, al netto di tanti scrittori riciclatisi mestamente in giornalisti e tanti giornalisti convinti a torto di essere scrittori, la relazione pericolosa, a volte addirittura l’incesto, tra grande giornalismo e grande letteratura ha prodotto risultati straordinari. Ora esagero: però qualcuno dice che Pesci rossi di Emilio Cecchi, libro che esce nel 1920, sia uno dei momenti più felici nella prosa italiana letteraria del Novecento. E il volume altro non è che una raccolta di elzeviri, la punta di diamante della scrittura giornalistica. Solo per dire che in passato abbiamo avuto grandissimi giornalisti o critici letterari che avevo il passo del vero scrittore tout court (da Barzini a Vergani, da Buzzati allo stesso Manlio Cancogni, giusto per dire di una penna che seppe regalarci reportage e romanzi spettacolari), e nello stesso tempo eminenti romanzieri e poeti laureati che quando si sono sporcati le mani col ‘mestiere’ del giornalismo hanno tirato fuori dal cilindro pezzi entrati nella storia. PasoliniDico un’eresia, ma per capirci. Prendiamo Pier Paolo Pasolini: ormai i suoi romanzi sono illeggibili, fra le poesie – così ideologiche e datate – si salvano forse quelle friulane, e il cinema… beh, insomma… Però il Pasolini giornalista è di un’attualità spiazzante e di una bellezza incredibile. Comunque, è proprio perché credo fortemente alla commistione felice tra letteratura e giornalismo che ho proposto all’editore Aragno una nuova collana, che abbiamo chiamato ‘ante litteram’: l’idea è riprendere, togliendoli dall’oblio, alcuni titoli di quegli autori italiani del Novecento che si sono tenuti in funambolesco equilibrio tra i due mondi, ripubblicando quindi testi – spariti ormai dal mercato editoriale – che raccontano con l’occhio allenato del giornalista ma con lo stile e la capacità di analisi dello scrittore – anche nello spazio ridotto di un articolo, un elzeviro, un fondo – le piccolezze e le grandezze degli italiani, così come le luci e le ombre del secolo. In tutti i campi possibili, dalla politica, allo sport, alla critica d’arte, al costume. E in tutti i ‘generi’: romanzi, ma anche pamphlet, prose d’arte, taccuini, reportage, diari, scritti critici, carteggi… Ci divertiremo”.

Chi è il giornalista-scrittore più bravo di tutti. E lo scrittore-giornalista?

“Parlando del ’900 italiano? Mah, nella prima categoria forse Goffredo Parise, che inizia come giornalista e continua come romanziere, e che in entrambi i campi fa cose eccelse. Nella seconda ho già citato Pasolini. Però aggiungo Piovene e Soldati, due narratori puri che quando si mettono a fare i ‘cronisti’ danno lezioni a tutti. E poi ci sono due giganti che hanno un piede nel campo giornalistico e uno in quello letterario, ma che è difficile dire che cosa siano esattamente. Uno è Longanesi, l’altro Prezzolini. Campioni assoluti”.

Poi, ci sono i giornalisti che scrivono romanzi. Ne vogliamo parlare? Oggi pullulano. E hanno poco da dire. Così pare. Un parere.

“Pericolo, pericolo!!! Scappare subito, quando se ne vede uno. Oggi ce n’è una lunga fila. Ogni grande ‘firma’ prima poi, non si sa perché, si sente in dovere, e in diritto, di mettersi a scrivere il romanzo. E questo vale per cronisti di nera, editorialisti di vaglia, opinionisti che vanno per la maggiore, persino inviati di guerra, telegiornaliste, penne di ‘costume’, blogger, naturalmente critici letterari e giornalisti culturali… Se non scrivono un romanzo non si sentono realizzati. Da Gramellini in giù, o dalla Bignardi in su, tutti scrivono romanzi. Poi succede questo: essendo famosi come volti e firme, hanno molta facilità a pubblicare per grandi editori, quindi avere una grande spinta mediatico-pubblicitaria, quindi ottenere recensioni e paginate dai loro colleghi della carta stampata e ospitate in video da quelli della televisione, quindi sono quelli più ricercati dai festival, quindi è molto più facile che vendano più copie del loro romanzo, quindi finiscono più facilmente in classifica, e quindi – essendo le classifiche di vendita, non si sa per quale motivo, percepite come classifiche di qualità, cosa che non sono assolutamente – acquistati, per emulazione, dai lettori ‘deboli’, quelli da ‘un libro solo all’anno’… È un circolo vizioso, anche molto divertente a dire il vero, ma da cui non si esce”.

E lei, anzi, e tu (tra giornalisti si è tutti confratelli nella frustrazione)? Perché hai iniziato con il giornalismo? Mai nessuna velleità da scrittore ti ha toccato la penna e il cuore?

“No, no… Sono giornalista perché è la professione perfetta per i pigri come me. Il giornalismo non ti obbliga – così come il fare politica del resto – ad alcuna specializzazione, ti permette di parlare per cento righe di cose di cui non sai nulla, e magari fare anche bella figura, fa sì che tu possa alzarti tardissimo al mattino, e poi incontrare gente curiosa ma non impegnativa, sbocconcellare libri di tutti i tipi, gironzolare per mostre e festival, party, vernissage, anteprime, cene… Pagato, peraltro. Fare il giornalista è perfetto. Nessuno si aspetta nulla da te. Invece fare lo scrittore! Ti immagini? Scrivere un romanzo deve essere faticosissimo, poi ti tocca trovare un editore, aspettare di essere ignorato dalla critica, vedere il tuo libro invenduto e quello di Selvaggia Lucarelli entrare in classifica… No, davvero, sono troppo invidioso. Non ce la farei mai”.

Oggi che sei curatore di collane editoriali e anche editore: quale libro avresti voluto pubblicare? Quale stai per pubblicare con Aragno?

“La nuova collana che dirigo per Aragno debutta ora con Firenze, libro di Emilio Cecchi pubblicato da Mondadori dopo la sua morte, nel 1966, e mai più ristampato fino a oggi: è una raccolta di testi che rappresentano un inedito ritratto artistico della città toscana, una guida appassionata e insieme un omaggio letterario alle bellezze, ai capolavori e ai grandi maestri, soprattutto rinascimentali, della ‘civiltà fiorentina’. Il valore del libro, però, oggi per me resta nella qualità della prosa. Una scrittura perfetta e un uso eccelso della lingua italiana. CapotePoi seguirà – diritti permettendo, stiamo trattando con gli eredi – un libro imperdibile di Giuseppe Prezzolini, L’italiano inutile. E ancora. Un amico studioso sta lavorando sui Taccuini di Ugo Ojetti, usciti nel ’54 da Sansoni, ma con alcune parti – diciamo così troppo ‘compromettenti’ all’epoca per qualcuno dei personaggi citati – tagliate dalla vedova e dal figlio. E poi chissà: Curzio Malaparte, Manlio Cancogni, Paolo Monelli e tanti altri scrittori italiani del Novecento che hanno dimostrato come le due professioni – il letterato e il giornalista – non siano inconciliabili, ma una il prolungamento e l’approfondimento dell’altra, tutti consapevoli che la realtà non sia meno interessante e appassionante dell’invenzione, e viceversa”.

Esiste un libro che ti ha cambiato la vita (in bene o in peggio)? Se sì, perché?

“Ovviamente sì, e sono tanti. Per stare in tema, ne scelgo due in bilico fra letteratura e giornalismo. Uno straniero e uno italiano. Il primo, lo so, è scontato, è A sangue freddo, di Truman Capote. Un vertice non solo del new journalism, ma della letteratura del Novecento. L’altro è i Sillabari di Goffredo Parise. Dei racconti brevi – magnifici – usciti come ‘pezzi’ sul Corriere della sera. Solo uno scrittore capace di pensare come un giornalista poteva trovare questo equilibro perfetto fra narrazione letteraria metafisica e concretezza quotidiana della cronaca”.

 

 

Esercizio di lettura. Entriamo nella prosa riscoperta di Emilio Cecchi: questo è il brandello introduttivo de I fanatici del Decamerone, pubblicato in origine in Ritratti e profili (Garzanti, 1957) e recuperato, ora, in Firenze (Aragno, 2017).

Firenze CecchiL’opera di Dante e quella del Petrarca stanno alle soglie della nostra letteratura con una solennità monumentale. Né soltanto si riconosce in esse e si ammira la virtù di due artisti incomparabili; ma si sente la presenza di due coscienze supreme. Come poche altre nella storia della poesia, la figura di Dante si impone con i tratti più vividi dell’eroismo letterario. A prezzo di tale eroismo, nel poema dantesco come scrisse il De Sanctis, si esalta e conclude in un’espressione definitiva, l’epoca medievale delle grandi visioni religiose. E fissando nel suo canto l’essenza più alta e musicale della civiltà trovadorica, il Petrarca, con eroismo non minore, anche se più segretamente sofferto, apre la strada alla moderna introspezione, al romanzo della vita sentimentale, alla poesia e alla dottrina dell’uomo interno.

A primo aspetto, l’opera del Boccaccio non si delinea con risalto così fermo ed omogeneo. E nella sua figura vissuta, mancano quei caratteri e quei segni che, in più dell’ammirazione intellettuale, conciliano un commosso interesse umano. Nella quantità e varietà delle cose che, in prosa e in verso, in volgare e latino, egli scrisse, anche più che in quelle che scrisse il Petrarca, va fatta larga parte a prodotti di mera eloquenza ed erudizione. Diciamo pure che in lui, ordinariamente, il letterato prevale sul poeta. Dentro ai moduli latini ch’egli predilige, spesso si confonde e smarrisce la freschezza della sua vena. Tuttavia, il suo apporto alla nostra civiltà e alla nostra letteratura è di novità strepitosa, essenzialmente nel Decamerone.

Cento canti ha la Divina Commedia. Cento novelle il Decamerone: dieci per ciascuna delle giornate, tranne il venerdì e il sabato, che i tre giovani e le sette donzelle, secondo l’invenzione boccaccesca, passano nel loro ritiro in una villa fiorentina, durante la peste che funestò la Toscana nel 1348. La struttura ternaria della Comme- dia dà la sensazione d’un movimento ascendente, come nella facciata d’una cattedrale. Mentre l’ordinamento del Decamerone fa pensare a una regolare e tranquilla successione di archi e di portici, d’un disegno e di un ritmo che già possono chiamarsi rinascimentali.

La materia del Decamerone proveniva da una serie numerosa di fonti, nostrane e forestiere, colte e popolaresche. E l’influsso che il Decamerone, cominciando dal Chaucer a tutto il Settecento, direttamente e indirettamente, esercitò sulle principali letterature, fu ugualmente vario e copioso. L’impianto generale, «con l’idea di una compagnia di persone che a turno si raccontano storie per passatempo, appare nella letteratura europea solo dopo il Decamerone, e sempre sotto l’influsso di quest’opera» (Praz). Ciò malgrado, né subito né stabilmente toccò al Boccaccio la qualità di fama ed autorità che gli competeva. In lui soprattutto si volle vedere l’autore licenzioso. E non è da escludere che nello stesso De Sanctis, riguardo al Decamerone, la nobile preoccupazione civica e morale, in più luoghi limitasse o inasprisse il giudizio critico.

Le situazioni di cui in parecchie novelle il Boccaccio si era compiaciuto, gli davano una equivoca rinomanza, lasciva ed epicuraica; al tempo stesso che proprio in tali novelle egli fu specialmente studiato e imitato. La satira dei corrotti costumi ecclesiastici, fece credere falsamente ch’egli spregiasse le ragioni dell’anima, il decoro della vita contemplativa. E per ciò, sulla fine della vita, egli avrebbe addirittura voluto che il Decamerone venisse di- strutto. Il suo ciceronismo, l’amore del discorso togato, conferirono alla sua gloria di retore ed umanista; assai meno a quella di poeta vero. Sottolineando le sue facoltà di negazione e irrisione, appunto il De Sanctis lo chiamò il Voltaire del quattordicesimo secolo. Ma precisamente come col Voltaire, si dovrà essere attenti a non leggerlo con una semplificazione eccessiva; a non accoglierlo soltanto nella sua sensuale voglia di vivere e ridere, mentre i temi e i motivi drammatici e patetici sono in lui non meno autentici e frequenti. A non dimenticare, soprattutto, che dietro a quelle letterarie apparenze ornate e svagate, si annunciò e si compié un positivo e profondo mutamento estetico, culturale e sociale.

Emilio Cecchi