Posted on ottobre 28, 2017, 4:58 pm
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Un due tre, si parte. Armatevi di carta&penna, a sfidare i marosi del vostro cuore, le Amazzonie che si spalancano appena oltre il confine dell’intestino tenue. “Pangea” diventa palestra di scritture. Abbiamo chiesto ad alcuni studenti della Scuola Holden di Torino di costruire una redazione parallela. Un laboratorio di follie. Simile a una mongolfiera. All’opificio di un alchimista. Che si chiama Il Cannibale. Perché? Perché la scrittura è sempre ‘cannibale’, cioè, divora la vita. Saranno loro, questi baldi scrittori intrisi di futuro, a leggere e a giudicare i vostri racconti. Che potete inviare qui: info@pangea.news.

 

L’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa

“Il Cannibale” rappresenta l’esatto contrario della volontà di qualsiasi becchino legato alla mercificazione editoriale. Qui sono ammessi racconti, critiche e recensioni (anche extra-letterarie), e soprattutto lampi d’identità: perché scrivere? È possibile inviare racconti o proporre spunti di qualsiasi tipo: saranno letti e analizzati dalla nostra redazione di giudiziosi sfaticati e successivamente – se considerati meritevoli – pubblicati su Pangea. Eventualmente e a vostra richiesta potrete firmare con uno pseudonimo: grazie alla scrittura si può essere trasparenti, mettere al centro la propria idea – che è parallela alla persona, ma più importante – e lasciare che il contenuto rimanga in primo piano, libero e sanguinario come il selfie di un cannibale nella homepage di Facebook. “Il Cannibale”, dopotutto, è l’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa. Intanto, beccatevi questo primo racconto. (Nicolò Locatelli)

 

Penicillina

penicillina

 

Abito in una mansarda al settimo piano di un palazzo talmente alto che anche in primavera lascio la luce accesa e le finestre aperte, perché i moscerini e le zanzare non riescono a volare così in alto. Non so quanto possa essere vero ma così ho raccontato a Martina, quel giorno eravamo appena entrati in casa e lei voleva già accendere l’aria condizionata, ma io la detesto, l’aria condizionata. Il mio naso assomiglia ad un labirinto fatto di ossa e cartilagini scricchiolanti, me lo sono rotto a dodici anni perché cadendo dal surf un’onda mi ha sbattuto la tavola in faccia. Prima di fare il bagnino a Riccione mio nonno era un pugile, e subito dopo avermi visto arrivare conciato in quel modo, con il mento pieno di sangue e la testa piegata all’indietro, mi ha fatto sedere davanti a tutti i clienti, poi me l’ha rimesso a posto a mani nude come se fossimo nel Medioevo oppure in un ring del 1970.

Tre giorni dopo giravo in bicicletta anche se all’ospedale mi avevano detto che non potevo, e da allergico alla polvere con il setto deviato dovevo stare attento a respirarne il meno possibile, altrimenti Bentelan.

Ridendo e scherzando al Pronto Soccorso ci finisco almeno una volta all’anno tranne a Torino, dove condivido la casa con un ragazzo che frequenta il mio stesso corso. Ha venticinque anni e gli anticorpi al loro posto, al contrario di mio fratello, che alle elementari di Riccione lui e i suoi compagni si scambiano le malattie come se fossero carte dei Pokémon. Grazie a lui ho contratto qualsiasi forma di broncopolmonite o rinite acuta esistente, in parte gliene sono grato, perché quando torno in Romagna se non mi va di uscire di casa ho subito una scusa pronta.

I condizionatori che il nostro affittuario ci aveva indicato come un miracolo della tecnologia moderna hanno i filtri talmente sporchi che dopo averli accesi per la prima volta ho pensato subito alle tempeste di sabbia, ma Rajneri è nato nel 1939 e fuma continuamente, come se fosse una pentola sul fuoco senza coperchio, poi sua moglie gli grida delle cose terribili ogni mattina: ha la voce talmente stridula da riuscire a svegliarmi, funziona meglio di una sveglia. Non penso che il nostro affittuario si renda conto né che i condizionatori avrebbero bisogno di manutenzione né che quella sega elettrica della moglie sente di aver sprecato la sua vita accanto a lui, ma per riscuotere i soldi dell’affitto non si fa alcun problema ad attaccarsi al campanello con una settimana di anticipo, motivato dai trecentocinquanta euro al punto di salire le scale a piedi con le ginocchia che ad ogni gradino fanno lo stesso suono del mio naso quando avevo dodici anni, e un’onda mi aveva sbattuto la tavola da surf in faccia.

Mia madre mi ricarica la carta sempre in tempo, l’ha fatto anche quando era a New York per lavoro, ma io ogni mese invento delle scuse per pagare l’affitto in ritardo e sentire Rajneri lamentarsi, anche se sa di non essere in regola con il contratto, e per questo motivo il mio potere su di lui è praticamente illimitato. Una sera sono tornato a casa ubriaco e ho pisciato in giardino. Un’altra volta ho pensato di farlo in cima alle scale, erano le tre di notte e la puzza del mattino dopo sarebbe stata insopportabile.

Ogni giorno vado a lezione in una scuola d’arte costosissima frequentata da esauriti cronici, aspiranti qualcosa e figli di gente ricca. Per presentare una statistica su una scala di cento persone i primi cinquanta non capiscono un cazzo al punto che avrebbero fatto molto meglio a rimanere nei loro paesini a recitare la parte degli strani del quartiere, ma è troppo tardi, a Torino si sono conosciuti tutti e quando si incrociano invece di parlare normalmente fanno a gara di chi la spara più grossa. L’altro campione di trenta studenti invece di polvere se ne intende, per essere più precisi la tira su col naso con il naso alle feste, cosa che io non potrei fare nemmeno volendo, e vi assicuro che vorrei tanto, ma oltre ad essere ipocondriaco e cardiopatico rischierei come minimo di scoprirmene allergico. Sono allergico a tutto, anche alla penicillina. Gli ultimi venti, anzi, gli ultimi quattordici (gli altri sei non li conosco) invece non si troverebbero da nessun’altra parte.

Sono persone meravigliose, gente a cui non racconteresti mai una stronzata per non uscire di casa. È come se il resto del mondo attaccasse una malattia a tuo fratello più piccolo, e lui dopo essere tornato da scuola facesse lo stesso con te, solo che tu hai conosciuto una cura, quattordici persone come si deve, e basterebbe telefonare ad uno di loro, oppure a quanti ne hai voglia. Come antidoto alla malinconia funzionerebbe, il problema è che se scavi a fondo poi scopri che anche loro sono fatti di penicillina come tutti gli altri, e l’unica volta che hai preso una pastiglia di Augmentin tua madre ha telefonato alla guardia medica poi ti ha sparato in gola una doppia dose di Bentelan. Allora senti che se qualcuno ha attaccato qualcosa a tuo fratello puoi pensarci tu, puoi restare a casa con lui e condividere il mal di gola di fronte a una puntata dei Pokémon.

Con il tempo passa qualsiasi cosa aveva detto mio nonno ai clienti che si erano preoccupati per me quando mi ero rotto il naso in spiaggia, ma l’abitudine che mi spinge a mentire è l’unica patologia dalla quale non intendo curarmi, quindi come posso fare a dirvi che niente di ciò che io abbia mai raccontato è vero, nemmeno in minima parte.

Liam