Posted on Ottobre 22, 2017, 1:08 pm
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Le rivoluzioni partono dal basso. In questo caso, assecondando la sagoma della storia che assume i tratti della leggenda, la rivoluzione parte da una scuola, da un preside, da un talentuoso allievo. L’allievo è Marco Merlin, critico letterario di audace intelligenza (tra i diversi volumi: Nodi di Hartmann, Nel foco che li affina, Poeti nel limbo e il più recente La tentazione del metodo), che come poeta si chiama Andrea Temporelli, due libri di poesia decisivi in teca (Il cielo di Marte, Einaudi, 2005 e Terramadre, Il Ponte del Sale, 2012), un romanzo epocale (Tutte le voci di questo aldilà, Guaraldi, 2015). La ‘quinta’ è il liceo ‘Don Bosco’ di Borgomanero. Giuliano Ladolfi ne è il preside. Da anni lavora, nascostamente, con volontà fiera e avventuriera, a rompere lo schema – già saturo, esaurito, finto – dell’intelligenza italica. L’incontro con Merlin fa scattare la scintilla. L’ora di rivoluzionare l’asfittico orizzonte della lirica italiana, stretta tra avanguardismi, neo-orfismi, linee lombardi e opacità romane, è giunto. Nel 1996 nasce il trimestrale di poesia, cultura e letteratura Atelier. Da lì passano un po’ tutti i poeti e gli scrittori (compreso un baby Roberto Saviano, nel 2005) che sono grandi oggi. La codirezione di Ladolfi con Merlin dura fino al 2014 (se volete vedere tutti i numeri in formato pdf fino a quell’altezza cronologica, cliccare qui), quando la rivista rinnova redazione, mantenendo lo stesso spirito. Atelier InternationalNel frattempo, Ladolfi, critico letterario di rara generosità e di provvidenziale coraggio, fonda la Giuliano Ladolfi Editore, per cui pubblica il sontuoso studio, in cinque volumi, La poesia del Novecento. Dalla fuga alla ricerca della parola. Alternando l’attività creativa – oltre alla poesia, Ladolfi è autore di un romanzo storico ed epistemologico, L’orlo del tempo, sotto lo pseudonimo ‘Matteo Moretti’, ancora in cerca di editore – a quella critica, accanita, Ladolfi ha fatto un salto ulteriore. Da questo mese, infatti, esiste Atelier International, la versione globale – o ‘glocale’ – della rivista nata a Borgomanero 22 anni fa. Gli intenti sono da transfrontalieri del sogno:Atelier international sarà un bacino d’affluenza per la letteratura del mondo, selezionata da una redazione che per il mondo è sparsa – diversi gli emisferi, diversi i continenti, diverse le lingue – e che conta uomini e donne che hanno fatto della letteratura e della poesia il proprio rifugio e un’essenziale e fondante ragione – e pertanto anche modo – d’esistere”. Abbiamo contattato Ladolfi di ritorno da un tour in Georgia. Non era un viaggio turistico. Ha esportato la cultura italiana laggiù, in una terra altamente poetica.

 


Caro Giuliano, partiamo dalla rivista Atelier, sorta nel 1996. Come mai è nata, secondo l’onda di quale urgenza?

“L’ideazione della rivista Atelier risale alla fine degli anni Ottanta, quando ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie Paura di volare. I ragazzi dell’Ottantacinque. In quel periodo la poesia italiana era per lo più invischiata nello sperimentalismo secondo il quale più si era oscuri più si era profondi. Si giocava con le parole, ci si era allontanati dalla vita. Ne parlai in classi con Marco Merlin, che era mio alunno allo Scientifico, perché avevo trovato in lui un giovane di grande talento appassionato di poesia. Il progetto fu dibattuto per alcuni anni. Nel giugno del 1995 organizzammo il convegno La poesia e il sacro alla fine del Secondo Millennio, cui parteciparono Roberto Carifi, Marco Guzzi, Franco Lanza, Franco Loi, Roberto Mussapi, Mons. Gianfranco Ravasi e Carlo Sini. Nell’autunno dello stesso anno progettammo la struttura della rivista. Tre sono stati gli obiettivi fondamentali: a) ridare dignità alla poesia riagganciando la parola alla realtà; b) rifondare la critica letteraria impantanata in uno strutturalismo incapace di esprimere valutazioni; c) offrire visibilità ai giovani e ai poeti appartati”.

Sul ciglio dello scorso millennio, nel 1999, tu firmi una antologia davvero epocale, L’opera comune, dove studi, con perizia calligrafica, un gruppo di giovani che oggi sono tra le più interessanti realtà della poesia italiana (cito, un po’ a caso, Flavio Santi, Andrea Ponso, Daniele Piccini, Andrea Temporelli, Simone Cattaneo, Federico Italiano, Riccardo Ielmini…). Esiste davvero, a tuo avviso, una ‘generazione decisiva’ della nuova poesia italiana o quello è stato il frutto del ‘fiuto’ critico di Atelier?

“L’antologia L’opera comune realizzava in modo concreto i tre obiettivi della rivista. Da alcuni anni ci eravamo posti alla ricerca di voci originali giovani e questa prima ricognizione ci permise di operare la scelta. Eravamo certi che si trattava di un lavoro di scavo, perché non era possibile rappresentare tutti i giovani di valore che amavano la poesia. Ma proprio l’antologia ha permesso ad altri giovani, come Federico Italiano, Alessandro Rivali, Giovanni Tuzet ecc. di riconoscersi nel progetto Atelier. L’introduzione, inoltre, assunse un ruolo particolare: più che una descrizione di una situazione esistente si poneva come una vero e proprio manifesto della ‘nuova poesia’, che in modo diverso si poteva rintracciare negli autori presentati. Il concetto stesso di ‘generazione decisiva’ rispondeva più a una speranza che a una realtà. E così è stato: quei giovani hanno veramente contribuito a cambiare il volto della scrittura in versi in Italia. Ho documentato questa ipotesi nel quinto volume del testo La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà. Oggi lo sperimentalismo pare del tutto superato e gli autori parlano del mondo. La parola ha messo di ‘dire se stessa’. Certamente i frutti si vedranno chiaramente solo a distanza di tempo”.

 

22 anni dopo – longevità mastodontica per una rivista letteraria nata ‘in casa’, artigianalmente – Atelier diventa International, assecondando, per altro, una esigenza originaria (mi riferisco alla collana editoriale Menard, nata in seno alla rivista, durata dal 2005 al 2009). Mi racconti questa nuova avventura?

Atelier International rappresenta una nuova sfida. L’esigenza di allargare i confini nazionali della poesia è sempre stata presente nella rivista. Tu accenni alla collana Menard, io aggiungo il n. 30, dedicato alla poesia europea, entrambe le iniziative curate da Federico Italiano. La redazione recentemente ha avvertito una triplice esigenza: a) promuovere a livello mondiale i principi estetici e poetici della rivista, nell’intento di suscitare un dibattito; b) diffondere la poesia italiana su tutto il pianeta; c) far conoscere in Italia i migliori lavori degli autori stranieri. Francesca Benocci e il suo gruppo redazionale si sta attivando con grande entusiasmo. Atelier International sarà disponibile unicamente online (www.atelierpoesia.it)”.

 

 

A proposito di international… Recentemente si è visto Giuliano Ladolfi in Georgia, terra profondamente letteraria (ricordo le traduzioni dei poeti georgiani di Boris Pasternak, ad esempio). Che cosa ci facevi, lì?

“La Georgia è una terra fantastica per l’amore alla poesia e per l’ospitalità. Nella serata di giovedì 28 settembre nella sede della Società ‘Dante Alighieri’ di Tbilisi alla presenza di moltissimi scrittori ho presentato l’opera La poesia italiana del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà in cinque volumi sulla poesia italiana dall’inizio del Novecento a oggi, e i ventidue anni di lavoro della rivista Atelier. La manifestazione è stata organizzata dal Presidente della Fondazione Internazionale ‘Nodar Dumbadze’, dal primo consigliere del Ministero della Cultura e della Protezione dei Monumenti della Georgia, dott.ssa Ketevan Dumbadze, e dal Presidente del Comitato di Tbilisi della Società Dante Alighieri, dott.ssa Nino Tsertsvadze.

Ladolfi Greco

Giuliano Ladolfi e il collaboratore Giulio Greco in Georgia

Straordinario si è dimostrato l’interesse dei presenti, che hanno espresso una perfetta condivisione dei principi estetici e particolare interesse sulla nostra poesia, soprattutto su quella giovanile.  La seconda parte dell’incontro ha visto come protagonista Giulio Greco, che ha presentato il suo romanzo In concerto. Tale è stato l’interesse suscitato dal giovane scrittore, che un editore presente si è offerto di pubblicare in georgiano il suo lavoro. La serata di venerdì 29 settembre è stata dedicata alla presentazione della mia raccolta di poesie Attestato, tradotta in georgiano da Nunu Geladze. Hanno partecipato all’incontro i più importanti giornalisti della capitale georgiana e le due principali emittenti televisive, pubblica e privata, che hanno intervistato l’autore, oltre a un pubblico autorevole di letterati. L’iniziativa è partita dal poeta Dato Magradze, autore delle parole dell’inno nazionale georgiano, già Ministro della Cultura e parlamentare, più volte candidato al Premio Nobel, autore molto apprezzato in patria e nel mondo. Le due manifestazioni hanno dimostrato che in Georgia l’interesse per la poesia italiana è veramente profondo”.

Dal tuo sguardo, che ha la giusta perizia, la giusta saggezza e la necessaria ferocia, qual è lo stato dell’intelligenza editoriale italiana? Insomma, criticamente e letterariamente parlando, come siamo messi?

“Non è facile sintetizzare in un quadro la complessità dell’attuale situazione dell’editoria italiana: da un lato si nota come la pubblicazione di testi di poesia e di critica sia emarginata (‘La critica non vende’, mi ha risposto un amico editore quando gli ho presentato i cinque volumi), dall’altro si nota una vivacità di tutto rispetto in molte case editrici minori. Purtroppo la prospettiva non è per nulla rosea: non si legge poesia e critica, i mass media non ne parlano, i blog proliferano senza un filtro selezionatore, mancano troppo spesso le idee ‘fondanti’, troppa gente suppone di essere poeta, perché sa andare a capo ogni tanto, e critico, perché ha imparato a usare ‘stampini’ formali. Anche a livello universitario con difficoltà si riesce ad affrontare la poesia contemporanea con inevitabile ricadute negative sull’insegnamento inferiore e superiore”.

Da qualche anno sei diventato anche editore. Come si può sopravvivere, facendo l’editore fuori dai grandi giri, ostinatamente legato al sogno di una vera ‘comunità’ poetica?

“Uno dei tratti di Atelier è stata l’assoluta libertà. Quando abbiamo iniziato l’avventura, non ci siamo agganciati ad alcun ‘carro’, né politico né editoriale né giornalistico né universitario. Né Marco Marlin né io abbiamo tratto benefici o carriere sfolgoranti. La casa editrice continua su questa linea. Per fortuna ho lavorato nella scuola per 45 anni e quindi lo Stato mi passa una pensione che mi permette di vivere dignitosamente, senza doveri preoccupare dei bilanci. Per fortuna mi sono scelto un collaboratore giovane e brillante, Giulio Greco, che sa portare il vento della realtà e della creatività nelle nostre iniziative. E il sogno di una comunità poetica continua, soprattutto coinvolgendo i giovani, giovani accesi d’amore per la grande poesia, per il lavoro di critica, per il dibattito e la discussione, come facevamo durante le riunioni di redazione”.

In un tuo romanzo ‘monstre’, ancora inedito, che ti ha portato via tanti anni, riassumi, un po’, in tono narrativo, le tue convinzioni estetiche ed etiche. Ce le riassumi?

“Il mio romanzo, scritto alla fine degli Anni Novanta e all’inizio del Duemila, intende rappresentare un affresco del mondo provinciale italiano dal 1968 al 2008 e si presta a diverse sfaccettature interpretative. Il lato storico va individuato nei cambiamenti economici che hanno comportato il passaggio da un mercato nazionale a un mercato planetario; quello sociale è legato al mutamento dei rapporti tra le generazioni; quello gnoseologico è contraddistinto dall’irruzione del relativismo, che rimette in crisi millenarie certezze; quello letterario attinge dalla tradizione gli strumenti per una rappresentazione postmoderna. Il profondo mutamento viene colto in modo particolare nelle problematiche presentate che vanno dall’educazione, all’affettività, ai rapporti interpersonali e familiari, al lavoro, alla religiosità, alla vita e alla morte mediante un’introspezione psicologica in cui la luce delle certezze si attenua in un grigio indistinto, secondo il quale il bene e il male si sovrappongono in modo indistinguibile e inscindibile. Non si tratta di opporre nuove interpretazioni del mondo, ma del tragico smarrimento di punti di riferimento, il quale corrode l’animo dei protagonisti, segnati da vicende personali meravigliose, esaltanti, e contemporaneamente meschine e deprimenti, capaci di mettere a nudo l’intima contraddittorietà dell’essere umano e dell’attuale periodo storico. Anche nella variazione dello stile (narrativo, lirico-romantico nelle lettere della protagonista, scarno nei dialoghi…) si pone sulla linea di una molteplicità di punti di vista che solo un lettore attento e sensibile può cogliere”.

 

Girolamo Settanta