40 anni dopo il primo ministro ceco si sveglia: voglio ridare la cittadinanza a Milan Kundera. Lo scrittore, però, non vuole alcun risarcimento, vive nell’espatrio e nella sfida continua

Posted on Novembre 14, 2018, 12:31 pm
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Non esiste il risarcimento – non basta un applauso a lenire l’alienazione.

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Milan Kundera – a cui mi hanno edotto le puntute critiche di Cesare Cavalleri e l’entusiasmo di Gianluca Barbera – è uno dei grandi scrittori del nostro tempo, l’anno prossimo compirà 90 anni. Kundera, sintetizzando – i suoi libri li edita Adelphi –, è un Lancillotto del ‘romanzo europeo’, cioè un romanzo che a differenza di quello americano – teso sulla trama, per quanto lisergica – è un esercizio del pensiero, una mannaia morale, un groviglio di idee.

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Milan Kundera, espulso dal Partito comunista nel 1950, dal 1975 decide di lasciare la Cecoslovacchia per la Francia. Quarant’anni fa il governo gli revoca la cittadinanza e ai suoi romanzi è impedita la circolazione. Kundera, insomma, è uno degli emblemi dello scrittore in esilio, come Iosif Brodskij o Julio Cortazar, uno che costantemente vive il rapporto tra lo scrittore e i potentati, è uno scrittore in rivolta.

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La concezione dell’esilio, in Kundera, giunge a limiti inattesi. Se per Brodskij – che scriveva la saggistica in inglese – la sola patria, nell’esilio americano, è la lingua russa, e scriverà poesie in russo per tutta la vita, Kundera, da La lentezza, negli anni Novanta, comincia a scrivere romanzi in francese. Come uno che costruisca casa nell’esilio, che edifichi un talamo sul vetro.

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D’altronde, nel 1984, interpellato dal New York Times, Kundera dichiara: “Mi chiedo se la nostra nozione di ‘casa’ non sia, infine, una illusione, un mito. Mi chiedo se non siamo vittime di questo mito. Mi chiedo se la nostra idea di ‘avere radici’ non sia altro che una finzione a cui cerchiamo di avvinghiarci”.

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In effetti, per alcuni scrivere è aggrapparsi alle proprie radici – per altri radicarsi a qualcosa – per i pochi, scrivere è estirpare le radici, preferire lo sradicamento, adempiere questo anonimato della genealogia.

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La notizia è ghiotta. Andrej Babis, primo ministro ceco, imprenditore di fama, fu comunista, è andato a trovare Milan Kundera e la moglie, Vera, a Parigi. Ha preso il tè, ha fatto sorrisi d’ordinanza, poi ha dato ordine di scrivere il consueto comunicato sui social. Frasi di rito – “è stato un grande onore per me” – aggettivi dorati – “Kundera è una leggenda della letteratura ceca, francese e mondiale” – e la proposta clamorosa: “Meritano di avere di nuovo la cittadinanza ceca dopo averla persa, quando sono emigrati”, ha dichiarato elettoralmente il primo ministro. Pare che Kundera abbia nicchiato.

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Per uno scrittore radicato nello sradicamento non esiste formula risarcitoria. Lo scrittore non vuole un risarcimento – ambisce alla sfida. Sappiamo tutti che riassegnare la cittadinanza ceca a Kundera – un gesto di buon senso che non merita commenti, è grottesco il contrario – fa comodo al primo ministro, mica allo scrittore, la cui unica casa è l’opera.

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Il politico ha bisogno dello scrittore e della sua benedizione: ne ha mai affrontato l’opera? No, perché altrimenti lascerebbe tutto – potere, governo, trono, azienda – preda dello sterminio di ogni finzione. (d.b.)