Posted on Ottobre 10, 2017, 1:57 pm
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Con le doverose distanze. Ce l’hai dentro come Ulisse. Ce l’hai nelle vene come l’Angelo vendicatore. Non bisogna aver letto Omero per conoscere Ulisse; non bisogna essere teologi per conoscere gli angeli del bene e quelli che ti squartano. Non devi aver visto i film di Quentin Tarantino per conoscere Quentin Tarantino. Poi, certo, se il film lo vedi, meglio per te.

Due momenti dicono tutto. Siamo nel 2012, siamo al Moma di New York. Peter Bogdanovich, guru della critica cinematografica, pronuncia una frase didascalica. “Tarantino è il regista più influente della sua generazione”. Dannata ovvietà. Nel 2012 Tarantino ha cinquant’anni e ha già firmato i film più belli, Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill. L’altro momento accade nel 1994. Tarantino ha già capito tutto e fa il verso a Fellini. “Sono diventato un aggettivo più velocemente di quanto mi aspettassi”, dice. Fellini, per la cronaca, aveva detto, qualche anno prima, “Felliniano? Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato”. Ben poco lusinghiere, piuttosto, furono le prime recensioni al primo film di Tarantino, Le Iene, che quest’anno compie 25 anni di vita. Piccola premessa patetica. Quentin Tarantino è nipote di italiani, bisnonna di Portici e bisnonno di Castellamare di Stabia; il papà, Tony, nato a New York, è un attore di modesto cabotaggio. Alla terza generazione, gli italiani in America sfondano. Tarantino (Quentin) si fa un mazzo così: scrive soggetti come Una vita al massimo (poi tradotto in film da Tony Scott), Natural Born Killers (poi film di Oliver Stone), Dal tramonto all’alba (da cui il film di Robert Rodriguez). Sfanga senza guadagnare una lira. Nel 1991 scrive Le iene. L’anno dopo ci lavora. Pochi soldi – 30mila dollari – una manciata di settimane, un cast che sarebbe diventato omerico. Completo nero, cravatta nera, camicia bianca, occhiali scuri. Eccoli lì, in fila, Michael Madsen, Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi, Edward Bunker – lo scrittore cult – e lui, Quentin. Quentin ha 29 anni e quel grumo di attori madornali si fidano di lui, del suo intuito da tuttologo del cinema. “Un film che sa di niente”, “Esplosivo, muscolare esercizio fisico nel caos del cinema odierno”. Queste, grosso modo, le recensioni in quel lontano 1992. Che galvanizzano Quentin. Pulp Fiction esce nel 1994, si becca Palma d’oro a Cannes, sette nomination agli Oscar e statuetta alla Miglior sceneggiatura originale. Apoteosi, applausi, inchini. Il cinema ‘indipendente’ scalza dal palco quello fatto a Hollywood, tra dollari&lustrini. Tarantino è Tarantino. Col senno di poi, Le iene è la prima perla cinematografica di un collier di successi che è arrivato, fino ad oggi, a The Hateful Eight (Premio Oscar 2016 per la colonna sonora di Ennio Morricone). Già. Ma che cavolo è accaduto alla stella di Tarantino? Tarantino, ormai, è tra gli intoccabili, tra gli dèi di titanio del cinema. Con tanti pro e qualche contro. 25 anni dopo Le iene – tanto influente da aver influenzato anche il celebre format tivù di Italia 1 – è giunto il tempo di fare una sonora ragionata. Le ieneTom Shone, che ha già scritto di Martin Scorsese e di Woody Allen, ha appena pubblicato per Thames & Hudson Tarantino. A Retrospective (pp.256, £ 25), un saggio-album (ci sono 250 fotografie) molto serio e molto poco celebrativo e cerebrale. L’andazzo si capisce fin dall’incipit. Eccolo. “Come i vestiti abbaglianti delle pop band, l’influenza di Quentin Tarantino non ha fatto molta strada nel nuovo millennio. ‘Di certo, è il regista più influente della sua generazione’, ha detto Peter Bogdanovich, onorando il regista, in un tempo in cui era consuetudine abbinare alla frase, ‘in meglio o in peggio?’. L’influenza di Tarantino, oggi, è un fremito di nostalgia che sta tra il lancio del telescopio Hubble e l’impeachment di Bill Clinton, quando non esisteva caffè nel sud della California che non brulicasse di giovani sceneggiatori, così pieni di violenza e di humour caustico. Il venticinquesimo anniversario di Reservoir Dogs [che per noi è Le iene, ndr], caduto l’8 di ottobre, è come una esercitazione durante un viaggio piuttosto scomodo, è come la riunione di un gruppo di collegiali, un fottio di vecchi amici che si ritrovano su Facebook a ricordare i tempi andati”. Negli States, con tanto di medaglie e di libri ‘in onore’, stanno rottamando Quentin, stanno mettendo una lastra di marmo in faccia a Tarantino. Il successo, quando è clamoroso, ustiona, ciò che era avanguardia ieri oggi è roba rococò. Chissenefrega. Tarantino, glassato di gloria, può permettersi di ruttare in faccia alla propria disfatta.

 

Federico Scardanelli