Siano benedette le case editrici delle università americane. Grazie alla Northwestern University Press sono venuti al mondo quasi trenta volumi di lettere private di Herman Melville. Ve n’è una molto divertente, dove l’autore, già sposato, già con figli, già uomo di successo, insomma dove Melville uomo compiuto si confronta con quel che gli manca: una vicina di casa intelligente, all’altezza di quello che lui vuole.

Per la storia, questa donna esisteva, aveva ventisette anni mentre Melville aveva bucato i trenta; era anche lei sposata. Lei è Sarah Morewood e quando Melville le scrive la chiama “sempre eccelsa e meravigliosa signora paradisiaca”, “Signora e mia dea”, “Tu Signora di tutte le delizie”, “mia Signora e contessa”, “Signora senza uguali”, “onorevole e meravigliosa Signora” e… ma lei non si sarà stufata?

Si conoscono nel 1850 quando Melville si trasferisce a Pittsfield, è autore acclamato ed esotizzante: Typee, Omoo Mardi sono i primi libri, ogni titolo è un’isola e un amore lasciato laggiù per far rabbrividire i pensieri delle caste americane, che infatti lo inseguono. Però. C’è un però: nel 1850 Melville dà alle stampe un testo meno scontato, Giacchetta bianca, segno che qualcosa non va, o meglio la storia del suo paese, la sua presunta superiorità civile adesso turba Melville che parla in Perù coi contrabbandieri e va a trovare una delle tante vedove del generale liberatore Bolivar. Insomma le cose si complicano, Melville sembra poco tagliato per il succcesso se si caccia in questa situazione.

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Di male in peggio, nel ’51 fiasco con la storia della balena. Nel ’54 va a picco con Pierre e se l’è cercata, con questa saga familiare e americana di terraferma.

Sembra però che per i fatti suoi Melville stesse meglio, isolato in campagna dal ’50 se la Morewood gli fa scrivere “Sarah, ora vedi che mentre traccio il suo nome la mia mano migliora la calligrafia”, poi lei gli dona un libro e sotto la dedica segna “Vorrai dimenticare le ore felici/ che abbiamo seppellito nel dolce pergolato d’amore”. Ma sì, Melville vuol dimenticare, poi tante scampagnate e uscite ‘di coppia’ nel Berkshires a guardare le torri col cannocchiale.

Insomma le premesse c’erano tutte perché un americano di genio romantico, Michael Shelden, scrivesse anni fa Melville in love. Quante storie: lei che nel ’51 gli regala delle rose, il suo (di lui!) fiore preferito, poi gli organizza un ricevimento per l’uscita di Moby Dick perché lei è annoiatissima, il marito vende candele e lampadari da chiesa (poi messi in satira da Melville) e lui la ringrazia… coi poemi del Seicento inglese, con Dryden per l’esattezza e le dice di far attenzione al verso “Il primo passo che lui fece fu nelle braccia di lei”.

In conclusione, un amore sospeso per due fuoristrada con ammortizzatori ben in funzione. E tanti complimenti all’autore del libro che ci svela ‘Melville in amore’, è stato bravo a decifrare le lettere di lei alla New York Public Library e a datare la morte ante 1863.

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Siamo alle solite. Come si spiega il passaggio da una scrittura più aperta a una più cupa. Come si collega la scrittura orrifica della balena e di Achab all’immersione nella vita di Melville, ragionevolmente felice e in campagna. E, a quanto pare, di nuovo giovane e innamorato della classica… vicina di casa. Credo che per capire il ‘caso Melville’ sposato e tubato dobbiamo dar voce alla psiche americana. Chi meglio di Orson Welles, profondo stimatore e conoscitore di Melville? Pensate solo che in un’intervista a Playboy del 1967 dice tondo tondo: “Sopra tutti gli altri mi piacerebbe incontrare Robert Graves, non solo perché credo sia il maggior poeta vivente ma perché negli anni mi ha comunicato un genere di piacere che solo gli amici intimi ti comunicano. Vorrei averne di gente come lui, amici di prima mano. È lui il modello per il comportamento maschile verso le donne, anche se poi la mia adorazione è più piccola di quel che dovrebbe essere”. Coi soliti affondi scemi ma utili per illuminare la timorosa mentalità nordamericana: “di solito sono le donne a deprimere o dominare una conversazione a discapito del tema – benché, certo, vi siano donne d’eccezione, brillanti, che non ti innervosiscono. In questo senso ogni donna è un’eccezione. È la loro generalità che produce un maschio sciovinista come me. Però vedi, le donne si sono organizzate per far tutto, ma la plausibilità che poi lo facciano con regolarità è statisticamente piccola. È improbabile che siano mai numerose quanto gli uomini in campo artistico. Credo che se non ci fossero stati gli uomini non ci sarebbe nemmeno stata l’arte – ma se non ci fossero state le donne, gli uomini non avrebbero mai fatto dell’arte”. Lampante. O no?

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Non finisce qui. Esiste un’introduzione di Somerset Maugham a Moby Dick che illustra invece un lato solo dell’evoluzione di Melville, ma lo fa bene. Il testo è del 1949: “cosa ha volto lo scrittore-luogo-comune-indistinto che compose Typee nell’autore di Moby Dick, oscuramente immaginativo, potente, ispirato ed eloquente?”

Per Maugham, Melville ha “il dono di natura corrotto dal genio maligno, come l’agave che appena mette i fiori, è appassita: un lunatico infelice e tormentato da istinti dai quali riemergeva con orrore – un uomo consapevole che la virtù lo aveva abbandonato e umiliato da fallimento e povertà – un uomo che bramava l’amicizia e poi scopriva che sì, anche l’amicizia era vanità. Questo, per come lo vedo, era Herman Melville, uomo che si può solo trattare con profonda compassione”.

La domanda sul cambio di tono in Melville a metà Ottocento rimane in sostanza inevasa. Allora non si usava parlare tanto della bellissima vicina di casa di Melville che lo incantava andando a cavallo: andava per la maggiore la vulgata di amore platonico tra Melville e l’altro scrittore, Hawthorne. Mode ‘culturali’.

Forse la verità sta in mezzo, tra la passione erotica dissimulata per la vicina che lo trattava con devozione e la paura di fallire non appena assaporato il successo di vendite. Mentre fate la vostra scelta, leggetevi questa lettera che lascia immaginare come andassero le cose allora.

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Melville ad A. Duyckinck, 12 dicembre 1850

Pittsfield, di venerdì pomeriggio

Mio caro Duyckinck, se tu rivedi i tuoi vecchi diari noterai che per un lungo periodo sei stato amico di un certo Herman Melville il quale un tempo risiedeva a New York e che poi si trasferì in una remota regione chiamata Berkshires e che non riusciva a rispondere alle lettere che tu gli scrivevi, quindi tu ragionevolmente pensavi fosse morto; ad ogni modo non sentivi nulla di lui, così gradualmente smettesti di pensarci.

Ti scrivo ora per informarti che quest’uomo è sbucato dall’angolo – in breve mio caro compagno a dispetto della mia inciviltà sono vivo e sto bene e gradirei di essere ricordato nel tuo diario.

Prima di andare avanti lasciami dire che ti scrivo a lume di candela, cosa inusuale per me e perciò la scrittura sarà mal leggibile perché tengo un occhio chiuso e con l’altro prendo di mira il foglio.

Ora che ricevi la lettera di un uomo che vive in campagna devi prepararti a qualcosa di molto egoistico, perché non ho gossip di alcun genere, tranne quelli che la mucca di un mio vicino si è sgravata e la sua gallina ha fatto un uovo (d’argento). A proposito, devo proprio dirti di questa mia vicina che ha perso il suo bel puledro dopo un brutto incidente, è la nostra amica la signora Morewood (…) Se considero lo spirito delimitato di quel puledro, la sua vita tutta sangue, e come poteva andarsene per molte estati a mangiar pasture di trifoglio rosso, e poi a cavalcare tutto felice per il ‘Golfo rosso’ con la sua allegra proprietaria in sella, la signora Morewood, che gli dà qualche pacca sul collo e gli parla con quel suo tono amorevole – se considero tutto l’insieme ti dico questo, che la zampa spezzata è la sua e la mia – però credimi, allo stato attuale lui di zampe ne ha sempre più di me.

Ho una specie di sensazione marinara qui in campagna, ora che il suolo è ben coperto di neve. La mattina quando mi alzo guardo fuori dalla finestra come fosse l’oblò di una nave sull’Atlantico. La mia camera assomiglia a una cabina e di notte quando mi alzo sento soffiare il vento e mi sembra che ci siano troppe vele sopra la casa, e io allora farei meglio a salire sul tetto forando il camino. (…) Potresti mandarmi una cinquantina di giovani rapidi a scrivere, dallo stile semplice e non contrari a revisionare le loro fatiche? Certo solo se puoi, spero ci riuscirai, perché da quando sto qui ho pianificato un numero tale di opere future e non riesco a trovare abbastanza tempo per pensare a ciascuna di queste separatamente. – So solo che un libro nel cervello di tizio è meglio di un libro rilegato in vitello, in ogni caso è più al sicuro davanti ai criticoni (…) Vedo ora di una traduzione che Adler ha fatto dell’Ifigenia di Goethe, o la sta ancora completando? Ne sono lieto. Ricordami a lui. – Qui in campagna incomincio ad apprezzare il Mondo Letterato. Lo leggo come una sorta di lettera privata da te a me. Ricordami a tuo fratello. I miei rispetti alla signora Duyckinck e a tutta la famiglia. La ‘triste’ giovane signora li desidera sempre.

Tuo Herman

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Se vi dico che il libro sul Melville erotizzato dalla vicina usa in modo avvocatesco questa lettera per suggerire che il nostro voleva essere… galoppato dall’allegra signora, è presto detto sulla faciloneria americana. A voler trovare, si trova tutto…

Le cose forse stanno diversamente, basta leggersi il Melville meno noto di quel giro d’anni. Quello che nel 1854 sforna una novella dal titolo Il pudding dell’uomo povero e le briciole dell’uomo ricco. Allora si sente che tutto è cambiato, flirt o meno con la signora Morewood: in questo racconto (se vedo bene, mai tradotto) si coglie benissimo il senso angusto col quale la democrazia yankee fa sentire orgogliosi i suoi poveri. Nella prima parte della novella si mette a raccontare (storia nella storia) di avere sentito dire miracoli del pudding americano, per poi scoprire che al palato… faceva pena. E Melville era un rustico.

Nella seconda parte racconta poi dell’aristocratico Regno Unito dove si danno le briciole dei banchetti dei politici ai poveracci. I quali per un giorno vivono come re. E Melville si domanda nel finale: non sarebbe meglio dar loro ogni giorno una fetta di pane e farli lavorare? Insomma, Melville va giù pesante, è stato portato in alto come un re letterario dopo tre libri (tre di numero) e capisce che è tutto fumoso.

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Uno squarcio da Il pudding dell’uomo povero e le briciole dell’uomo ricco.

“L’americano verace e povero non perde mai la sua delicatezza o il suo orgoglio; di qui, benché non sia ridotto alla degradazione materiale del povero europeo, soffre ancora di più a livello mentale di qualunque altro povero di tutte le altre parti del mondo. Queste sensibilità sociali e tipiche sono nutrite dai nostri principi peculiari e politici, e continuano ad abilitare con vera dignità il prospero Americano, epperò amministrano in continuazione la maledizione dello sfortunato; dapprima proibendogli di accettare quel piccolo e saltuario sollievo di carità che gli possa venire offerto; e poi fornendogli l’apprezzamento severo della distinzione sottilissima tra il suo ideale di uguaglianza e la pietra di paragone della sua esperienza, che nella pratica è miseria, infamia del povero – miseria e infamia le quali sono, come sono sempre state e sempre saranno, precisamente le stesse in India Inghilterra e America”.

“Troppo tardi. L’ultimo piatto era stato afferrato. La marmaglia ancora sparpagliata levò un fierissimo grido che riempì l’aria come fumo che salga dalle fogne. Spinsero i tavoli l’uno contro l’altro, spezzarono tutte le barriere e si gettarono nella hall – le loro braccia battevano con schianti nelle costole altrui. Mi parve come se una furia impotente di invidia crudele si impossessasse di loro. Quell’occhieggiare di mezz’ora sui resti delle glorie del banchetto dei Re; le bocche piene e insoddisfatte con pasterelle di interiora, cacciagione di fagiani, dolcetti già mezzi morsicati, serviva a ricordar loro il disprezzo intrinseco delle carità regali. In questo stato d’animo fugace, o come si chiamasse quella cosa che ora si impossessava di loro, questi Lazzari sembravano pronti a vomitare in sprezzo sdegnato le briciole dei Magnati – anch’essi sprezzanti”.

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Pensiamoci quando leggiamo il poema folle e sequestrato dell’ultimo Melville, Clarel: “Myriads playing pygmy parts / Debased into Equality – In glut of all material arts / A civic barbarism may be: / Man disennobled – brutalized / By a popular science – Atheized”.

“A miriadi giocano a fare i pigmei / sviliti nell’Uguaglianza – nell’eccesso di arti materiali / Sarà, ma questa è barbarie civica: / L’uomo senza nobiltà d’intelletto – brutalizzato / Da una scienza popolare – Fatto ateo”.

Non credo che Melville sarebbe stato più solare se avesse fatto le corna alla moglie con la sua fan letteraria vicino casa. Si era già separato abbastanza dalle illusioni degli oscurantisti-progressisti.

Andrea Bianchi