Posted on novembre 07, 2017, 6:10 pm
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Aleggia in giro una strana leggenda. Leggenda vuole che la Rivoluzione russa, di cui si onorano i 100 anni quest’anno, sia stata una incubatrice di mirabili esperienze culturali. Che i bolscevichi promuovessero le arti e che Lenin fosse un arguto mecenate. Insomma, che alla rivoluzione politica e sociale si sia associata per davvero, pur in una stretta cinghia di anni – diciamo dieci? diciamolo – la rivoluzione estetica.

pasternak

Boris Pasternak (1890-1960)

Poi accadde Stalin e tutti sappiamo come andò a finire. Dai buoni propositi culturali alle macerie dei Gulag. Beh, sono tutte palle. Quella leggenda è fasulla. È vero che gli artisti – come sempre – lavoravano per la ‘rivoluzione’ delle forme e quindi dei costumi, consapevoli che la Russia, di per sé, non esiste, che, come cantava l’immenso Fjodor Tjutcev, “con la mente non si può capire la Russia/…nella Russia si può soltanto credere”. Ma non è vero che la Rivoluzione bolscevica, quella fatale, quella dell’ottobre, fu un toccasana per i poeti. Fu, al contrario, una mannaia. E i poeti, come sempre, capirono tutto subito. Mettiamo insieme un po’ di dati. Perché? Perché in Russia, nel 1917, vive una generazione di poeti, di singolari individualità poetiche, che a ripeterle fanno rabbrividire il gozzo (ci provo: Achmatova, Cvetaeva, Blok, Belyj, Majakovskij, Mandel’stam, Pasternak, Esenin, Chlebnikov…), sono la generazione lirica più abbagliante del Novecento e forse di ogni tempo. Una generazione interamente annientata dalla tirannia ‘rossa’, dal delirio proletario. Partiamo con i dati, per così dire, poetici.

*Osip Mandel’stam, 15 novembre 1917, un distico didascalico: “Quando il favorito dell’Ottobre ci ha preparato/ il giogo della violenza e della crudeltà”; Mandel’stam a Anna Achmatova, nella poesia A Cassandra: “E nel dicembre del millenovecentodiciassette/ abbiamo perso l’amore, abbiamo perso tutto”; maggio 1918, ancora Mandel’stam, Inno: “Celebriamo, o fratelli, il crepuscolo della libertà…”.

*Boris Pasternak, poche settimane dopo la Rivoluzione ‘d’ottobre’, sfodera una poesia da sardana infera, “versa l’inferno col tino del Baltico/ sangue umano, cervelli ed ebbro vomito di marinai”; ancora Pasternak, in una lettera all’amico Dmitrij Petrovskij, nel 1920: “Il potere dei Soviet si è gradualmente trasformato in una specie di sudicio ospizio ateo. Pensioni, razioni, sussidi… tengono la gente a digiuno e la obbligano a professare la propria miscredenza – pregando per la propria salvezza dai pidocchi – a togliersi il berretto al canto dell’Internazionale ecc. Ritratti dei membri del Comitato Esecutivo Centrale di Tutte le Russie, corrieri, giorni feriali e giorni festivi… Tutto qui è morto, morto, e bisogna andarsene via al più presto”.

*Michail Bulgakov, lo scrittore de Il Maestro e Margherita, 31 dicembre 1917: “Ritorneranno i vecchi tempi? Il presente è tale che cerco di vivere senza farci caso… non vedere, non sentire! Ultimamente durante il viaggio a Mosca e Saratov, mi è toccato di vedere tutto con i miei occhi, e vorrei non vedere più. Ho visto grigie folle che con urla d’incitamento e ignobili imprecazioni rompevano i vetri dei treni, le ho viste picchiare la gente. Ho visto, a Mosca, case distrutte e in cenere. Facce ottuse e bestiali… Ho visto folle assediare gli ingressi delle banche confiscate e chiuse, file di persone affamate davanti alle botteghe, poveri ufficiali braccati, fogli di giornali dove in sostanza si scrive di un’unica cosa: del sangue che scorre a sud, a ovest, a est, e delle prigioni”.

*Vasilij Rozanov, supremo critico letterario, superbo aforista (leggete almeno Foglie cadute, stampa Adelphi), ottobre 1918, lettera a un amico: “ottobre 1918, Vasilij Rozanov, lettera a Gollerbach, “Come è successo. La Russia è stata sostituita. Ed essa arde di una fiamma estranea, di un fuoco estraneo, riluce di luce non russa e non riscalda la stanza in modo russo”.

*Aleksandr Blok, già alfiere – a modo suo – della Rivoluzione, maggio 1919: “Ormai non sono più in grado di lavorare sul serio… finché sul collo mi balla il cappio dello stato poliziesco… significa dunque che è la fine per la mia vita?”.

*Andrej Belyj sintetizza cosa è stato il 1919, due anni di Rivoluzione bolscevica e di guerra civile: “l’anno più difficile […] quello in cui erano svanite le illusioni sul prossimo avvento della Rivoluzione dello Spirito”.

*Evgenij Zamjatin, lo scrittore di Noi, a suggello, nel 1921, firma un articolo dal titolo emblematico, Ho paura: “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”.

Passiamo ora a qualche esemplare dato storico-politico:

a) 7 novembre 1917, varato il ‘Decreto sulla stampa’, “che introduceva la censura e chiudeva tutti i giornali e le riviste che avevano un atteggiamento critico nei confronti del potere” (Andrej Siskin).

b) 3 luglio 1918: Lenin chiude la rivista del suo amico Maksim Gor’kij. “È necessario chiudere La nuova vita”, dice il capopopolo, “allo stato attuale delle cose, e con l’urgenza di portare l’intero paese a difendere la rivoluzione, ogni forma di pessimismo intellettuale è oltremodo nociva”. Gor’kij va in esilio, farà ammenda, torna in Russia, diventa il paladino del ‘realismo socialista’ – e morirà, in circostanze molto poco chiare, nel 1936.

c) “’Verso la fine del 1920, dopo tre anni di guerra civile e di comunismo di guerra, nulla più rimane delle vecchie strutture della vita letteraria. Anche se mai formalmente vietate, le edizioni private sono state via via soffocate dalla censura, dalla mancanza di carta, dalle tasse, dalla chiusura delle tipografie. L’editoria ha finito così per concentrarsi nelle mani del potere centrale, dei soviet locali, delle ‘organizzazioni culturali ed educative del proletariato’”. Di fatto, esistono dal 1919 solo le Edizioni di Stato, Gosizdat, “organismo che sovrintende su tutto il complesso dell’attività editoriale, soprattutto attraverso il razionamento autoritario della carta” (Michel Aucouturier).

d) Di lì a poco, ma prima del ‘realismo socialista’, prima dei Gulag, prima del tallone staliniano, si impone la letteratura ‘sociale’, utilitarista. Nasce, per dire, il romanzo ‘produttivistico’. Nessun intento estetico, per carità, “si trattava di avvicinare il lettore al processo lavorativo, educare in lui la coscienza del suo ruolo nel processo di industrializzazione e di collettivizzazione” (Aleksandr Flaker). Basati su “una fabula lineare, in cui l’operaio o l’ingegnere comunista vince le resistenze opposte dall’arretratezza russa o dall’attività di sabotatori, per rimettere in funzione o costruire un oggetto industriale”, nascono romanzi come L’altoforno di Nikolaj Ljasko e Cemento di Fedor Vasil’evic Gladkov, nel 1925 e La centrale idroelettrica, di Mariétta Saginjan. La metamorfosi forzata è avvenuta: l’artista è asservito all’ideologia.

I dati sciorinati qui sopra non sono segreti arcani, né oggetto di studi abissali. Tutta roba che abbiamo sotto gli occhi da anni (cito solo due reperti: la Storia della letteratura russa, sotto la supervisione di Vittorio Strada, Einaudi 1990, e la Storia della civiltà letteraria russa, diretta da Michele Colucci e Riccardo Picchio, Utet, 1997).

Vladimir Majakovskij (1893-1930)

Insomma, sappiamo da sempre cosa è stata la Rivoluzione ‘rossa’: massacro della libertà individuale in favore dell’orrore collettivo, collettivismo delle arti. I dati sono testimoniati dalle singole, esemplari esistenze dei poeti russi, autori, in quegli anni, di libri destinati a cambiare il corso della lirica occidentale. Riassunto:

*Osip Mandel’stam muore in un campo di smistamento prigionieri nel 1938 – la sua storia è ricordata, tra l’altro, nei Racconti della Kolyma di Varlam Salamov;

*Isaak Babel’, lo scrittore de L’armata a cavallo, viene fucilato nel 1940 con la consueta accusa di attività sovversiva antibolscevica; nel 1954 il governo sovietico, però, dice che si è sbagliato, Babel’ è innocente, non ha commesso il fatto, è soltanto defunto;

*Nikolaj Gumilëv, il promotore dell’‘acmeismo’, marito di Anna Achmatova, viene fucilato – solita accusa, radicale antibolscevico – nel 1921;

*Sergej Esenin si impicca nell’albergo ‘Angleterre’ dell’allora Leningrado, è il 1925, dopo aver scritto, con il sangue, “non è nuovo morire, in questa vita/ ma più nuovo non è nemmeno vivere”;

*Marina Cvetaeva si impicca nel piccolo distretto di Elabuga, il 31 agosto 1941; il giorno prima aveva chiesto di essere assunta come lavapiatti per guadagnare due soldi. Fu intima amica di Boris Pasternak e di Rainer Maria Rilke;

*Vladimir Majakovskij, il geniale megafono della Rivoluzione, si uccide il 14 aprile 1930, sparandosi al cuore, “il tuo sparo fu simile a un Etna/ in un pianoro di codardi e di codarde”, scrive di getto l’amico-nemico Pasternak;

*Boris Pasternak vive. Oltraggiato, spiato. Nel 1957 l’editore Feltrinelli pubblica il Dottor Zivago, di cui è impedita la pubblicazione in Russia. Pasternak vince il Premio Nobel per la letteratura nel 1958. Il governo sovietico gli intima di rifiutarlo. Al suo funerale, nel 1960, aleggiano gendarmi inviati dal regime;

*Anna Achmatova vive. Censita nell’ostilità, censurata. Nessuno può pronunciare il suo nome. Le dicono – testuale – che è la puttana della poesia russa (un libro istruttivo: le memoria di Lidija Cukovskaja, Incontri con Anna Achmatova).

Queste storie sono narrate, sommariamente, in un libro, 1917. I poeti che fecero la rivoluzione (Interno 4 Edizioni, pp.180, euro 14,00). Che è, in sintesi, una antologia dei grandissimi poeti vissuti durante la Russia sovietica. L’ho scritto io, ma questo è secondario.

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Anna Achmatova (1889-1966)

Di primaria importanza è che il libro è un risarcimento estetico. In Italia tutti sviscerano la Rivoluzione russa da ogni lato. Ma non pubblicano più i poeti russi di quegli anni. La pionieristica antologia della Poesia russa del Novecento (1954), curata da Angelo Maria Ripellino, un totem di eleganza stilistica e di acutezza critica, è scomparsa. Manca una edizione delle poesie tutte di Pasternak, di Mandel’stam, della Achmatova, della Cvetaeva. Mancano i libri di molti poeti importanti, Chlebnikov, Chodasevic, Gumilëv, Belyj. Bisogna colmare la pecca. Per non ucciderli due volte. Il libro, ad ogni modo, fa un breve tour. L’8 novembre è al Museo della Città di Rimini (ore 17,30), il 7 dicembre a Roma, presso Più Libri Più Liberi (ore 15, con lettura dei poeti russi da parte di Monica Guerritore), il 14 dicembre a Cles. Per far risuonare la voce di chi non si è piegato, di chi con un verso ha piagato la Storia.

Davide Brullo