16 giugno è il “Bloomsday”, il Giorno dei Giorni della letteratura moderna! Massimo Bacigalupo: “L’Ulisse è un’opera inesauribile, che in troppi hanno letto poco e male”

Posted on giugno 15, 2018, 9:44 am
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Il giorno più importante della letteratura moderna è il 16 giugno. Per la precisione. Il 16 giugno del 1904. Questo è l’oblò. Il bunker. Il colpo formidabile del cecchino. Il 16 giugno del 1904 è il Giorno dei Giorni della letteratura occidentale, quello che la ricapitola e la rifà. Il giorno in cui Leopold Bloom, che “mangiava con gran gusto le interiora di animali e volatili”, s’aggira per Dublino col ceffo da Odisseo moderno, surfando tra birra e cemento, sorbendosi sermoni biblici, biberoni di Giambattista Vico, fettine impanate di Shakespeare e rigurgiti di gergo irish. Lì, quel giorno, che risorge, in forma di libro, nel 1922, a Parigi, nasce la letteratura che si fa oggi, vien posta una pietra tombale sulla letteratura che fu. Proprio così. L’Ulisse di James Joyce è la pietra miliare e tombale della letteratura del Novecento – niente di più dopo di lui – diventando, quasi, Bibbia laica ed esoterica per i letterati. Tanto che Leopold Bloom è diventato il Padre Pio degli scrittori e il 16 giugno, ribattezzato “Bloomsday”, rievocando la memoria dell’Ulisse, è la festa – liturgicamente joyciana – dei lettori e dei letterati e dei folli. Ora. Il “Bloomsday” di solito si festeggia a Dublino nei luoghi della città resi mito da Joyce. Ma il fascino di Joyce, per un tot italiano – parte dell’Ulisse è scritto a Trieste – dilaga in Italia. Tra i diversi, microscopici “Bloomsday” quello che accade a Genova ha il pregio della longevità – va avanti da tredici anni – e dell’autorevolezza. A guidare le danze della spericolata lettura dell’Ulisse nei vicoli genovesi – tutti i 18 capitoli del libro in 18 luoghi diversi – insieme a Genova Voci, infatti, è Massimo Bacigalupo, anglista massimo. Per capire il genio di Joyce e cosa ci fa l’esule irlandese in Liguria, abbiamo afferrato il super prof per la giacca.

bloomsdayJames Joyce e Genova: cosa li accomuna, caro professore, cosa c’entra Joyce a Genova?

Nessun rapporto diretto. In Ulisse è citato un vecchio Luigi pescatore che veniva da Genova… Ma come Bloom è Ulisse, cioè l’Uomo che viaggia nell’universo e cerca di scampare i pericoli che incontra, così la Dublino di Ulysses è tutte le città, anche Genova. Che poi si presta per le sue vie e locali caratteristici, il rapporto col mare, “la grande dolce madre”. Rapporto consolidato dal fatto che per 13 anni consecutivi Genova ospita un Bloomsday tutto particolare, con letture a opera di volontari di tutti i 18 episodi in 18 diverse location. Sorprendente passione per un libro che molti temono senza averlo letto (o letto male). Noi ci divertiamo molto. Genova è una città relativamente inattuale, scarsamente toccata dal moderno. È un po’ marginale, come Dublino, nonostante abbia avuto i suoi narratori e soprattutto poeti moderni che l’hanno cantata forse più di altre città, come li ha avuti Dublino. Byron, che trascorse un anno importante a Genova, era un idolo del giovane Joyce. Il ligure d’adozione Pound, con tutte le sue bizze, rimase un costante punto di riferimento, e ricordò “Jim il comico” nei Canti pisani pochi anni dopo la morte dell’amico.

Ci dica qualcosa intorno al fascino immortale, pare, dell’Ulisse. Che senso ha rileggerlo, cosa ci dice, oggi?

La parola che abbraccia il mondo, sa esprimere emozioni curiosità microstorie miti. Una grande visione sorretta da una penetrazione microscopica. Poesia, divertimento, scoperta, curiosità. Un’opera inesauribile, che non delude. C’è il virtuosismo di Joyce, che però scava sempre in un terreno fertile che riusciamo ad apprezzare anche in traduzione, tale è la sua energia creativa. Ulysses è anche una protesta, giocosa ma sempre protesta, contro ogni intolleranza e fanatismo. Bloom l’ebreo irlandese canzonato dai concittadini perché cornificato e “straniero” è paziente e ingegnoso come il suo grande modello. Ha pietà e simpatia per chi vive e soffre, è un antieroe che senza parere rappresenta l’umanità al suo meglio.

Romanzo e città. Gli esempi sono i noti. La Dublino di Joyce, la Berlino di Doblin, la Londra dickensiana, la Pietroburgo di Fëdor. Davvero la città è consustanziale al romanzo? E… oggi… che metropoli ci resta da narrare? Alcuni si danno alla fuga nei boschi (un déjà-vu pure quello).

Città è compresenza, possibilità di creare un intreccio che rispetti le unità di tempo e spazio. La Dublino del 1904 è ormai lontana nel tempo. Ma tutti i personaggi la animano con i loro caratteri. Dalla storia e l’effimero all’universale. Lo scrittore si avvale dei materiali a portata di mano. Ricordare anche la passione teatrale di Joyce. Mette in scena personaggi di cui non spiega il retroterra. Parlano, agiscono. Noi immaginiamo il contesto. Poi si avventura in tutte le possibilità del discorso. Un’epica che è insieme parodia dell’epica. Ecco ad esempio un cammeo ironico di Molly, altra “grande dolce madre”: “Orgoglio della vetta rocciosa di Calpe, l’ebanocrinita figlia di Tweedy. Là crebbe a ineguagliabile bellezza, dove di kaki e di mandorlo l’aere olezza. I giardini di Alameida ne sapevano il passo: gli oliveti sapevano e s’inchinavano. La casta consorte di Leopold ell’è: Marion dai generosi seni” (Ulisse; Il Ciclope; traduzione Giulio de Angelis).