150 giornalisti in prigione, 500 sotto processo, 2.500 disoccupati: benvenuti nella Turchia di Erdoğan, il leader forte che piace all’Europa

Posted on maggio 21, 2018, 6:53 am
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Di solito, ci limitiamo alle chiacchiere da bar. Anche tra giornalisti e tra italiani mediamente colti. Alla voce ‘Turchia’ la chiacchiera da bar conferma: Erdoğan è un despota bruto, brutto e cattivo; la libertà di stampa, in Turchia, è ai minimi storici; l’Europa è lo zerbino della Turchia a causa di connessioni economiche troppo importanti per essere vanificate sulla china dell’etica, di concessioni necessarie per salvaguardare il ‘contratto’ con i migranti. In sistesi: i Turchi si tengono 3 milioni e passa di ‘richiedenti asilo’. Se aprono le frontiere, per l’UE è un disastro. Ora. Le chiacchiere da bar, di solito, contengono mezze verità. Ma l’informazione – cioè, un servizio al lettore – non si fa con le mezze verità. La verità, se è lecito, la vogliamo per intero, la vogliamo rotonda. Per capire meglio, abbiamo cercato chi la Turchia la conosce bene, la giornalista e ricercatrice Fazıla Mat, corrispondente per l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (dal 2017, inoltre, cura per OBCT il Resource Centre on Media Freedom, nell’ambito del progetto europeo ECPMF sulla libertà dei media in Europa, e come ricercatrice sulla situazione in Turchia, con particolare attenzione ai diritti fondamentali; collaboratrice di numerose testate giornalistiche e radio nazionali ed è tra le fondatrici della rivista online Kaleydoskop; qui alcuni suoi articoli). I numeri e i dati che Fazıla ci offre inquietano. Uno su tutti. L’impegno economico della Turchia in ‘difesa e sicurezza’ è di sei volte superiore a quello in istruzione scolastica. Come a dire. Per fortificare un ‘regime’ la strategia è sempre la stessa: mantenere il popolo sulla soglia della sufficienza economica, custodirlo sufficientemente ignorante, chiudere, quando è possibile, più giornali possibili. E l’Europa? Ragiona come se fossimo nell’Ottocento, al Congresso di Vienna, con Talleyrand, il principe di Metternich e gli altri imparruccati. La sintesi della Mat, a questo riguardo, ghiaccia le ginocchia: “Diversi Stati membri da una parte criticano le violazioni dei diritti umani in Turchia, ma dall’altro siglano accordi commerciali con il governo turco senza porsi troppi interrogativi morali”.

Leggiamo, in Italia, di un ‘regime’ coercitivo, quello di Erdoğan, nei confronti dei giornalisti, della stampa ostile. Con risoluzioni (carcere ai giornalisti, chiusura forzata dei giornali) che ci fanno rabbrividire. In quale misura è davvero così? Come reagiscono i cittadini: asserviti al leader, indignati? E la porzione politica che fa l’opposizione?

La situazione della libertà di stampa in Turchia è andata peggiorando a partire dal 2014 e purtroppo oggi stiamo assistendo a quello che può essere definito come il momento più difficile della storia dei media del Paese. La Turchia, con circa 150 giornalisti in prigione, ha un triste primato mondiale. Questo peggioramento è senza dubbio un riflesso del carattere autoritario del governo turco, già visibile dal 2013 ma accentuato oltremodo dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016. Lo stato d’emergenza dichiarato pochi giorni dopo il tentato putsch militare e i decreti emanati al suo interno hanno portato alla chiusura di circa 140 organi di stampa, i possedimenti dei quali, in molti casi, sono stati sequestrati. Circa 2.500 giornalisti sono rimasti disoccupati, mentre altri 500 si trovano attualmente sotto processo. L’accusa rivolta a loro nella maggior parte dei casi è quella di terrorismo e/o propaganda terroristica. I tre gruppi che per Ankara rientrano in tale categoria sono il movimento di Fethullah Gülen (leader dell’omonimo gruppo e mente, secondo il governo turco, del tentato golpe); il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e il gruppo di estrema sinistra DHKP-C. Le prove delle presunte affiliazioni sono spesso gli articoli scritti, dichiarazioni rilasciate alla televisione, messaggi inviati tramite i social media.

Allo stesso tempo i media main stream, tranne una o due eccezioni, sono oramai di proprietà di gruppi vicini al governo, con cui intrattengono anche rapporti economici in diversi settori. Dal momento che la televisione è la prima fonte di informazione per i cittadini della Turchia, è chiaro che quanti si affidano alla versione dei fatti fornita da questa non sentono – e non ricercano – una voce alternativa. È tuttavia vero che esiste anche una fetta della popolazione che è stanca di subire le politiche coercitive di Ankara e utilizza i social media e la rete per creare degli spazi di libertà. Lo abbiamo visto durante la campagna del “NO” sul referendum costituzionale, che ha portato la metà della popolazione del Paese a rigettare il progetto presidenziale di Recep Tayyip Erdoğan, alla fine approvato in maniera molto contestata e solo grazie ad un piccolo margine di vantaggio. I media non tradizionali, i giornali online, i programmi trasmessi sulla rete e qualche radio fungono da canali di informazione alternativi. Ciò è anche dovuto al fatto che centinaia di giornalisti licenziati o rimasti senza lavoro sono confluiti in questi media. Anche a livello politico, soprattutto in vista delle prossime elezioni legislative e presidenziali del 24 giugno, stiamo assistendo a nuove coalizioni in cui le opposizioni – dove prevalgono tuttavia posizioni di destra e nazionalismi – hanno deciso di allearsi per cercare di togliere la maggioranza al Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) di Erdoğan. In tale quadro resta emarginato sia da parte del governo che da parte dell’opposizione il partito progressista e filo-curdo che, nonostante i gravi attacchi subiti, sembra ancora mantenere il favore di circa il 10% degli elettori.

Il ‘colpo di Stato’ del 2016 – presunto, reale? – offre a Erdoğan la carta del ‘governo di emergenza’: cosa s’intende realmente? E cosa sappiamo davvero del fatidico ‘colpo di Stato’?

Per le persone che hanno vissuto la notte del 15 luglio, il tentato golpe è stato indubbiamente reale, tragico e spaventoso. Sono morte 248 persone per via del fuoco aperto sui civili e dei bombardamenti – che hanno colpito numerosi edifici pubblici ad Ankara e a Istanbul, inclusi il parlamento e la presidenza della Repubblica. A incidere sul mancato successo del colpo di stato sono state le folle, che ascoltando l’appello di Erdoğan, si sono riversate nelle strade. Ma molti militari fermati dopo gli eventi di quella notte hanno detto che pensavano di fare un’esercitazione e dunque non erano intenzionati a sparare a raffica sulle persone. Restano però tante zone d’ombra legate a quella notte e la commissione costituita ad hoc dal governo non ha fatto chiarezza in merito. Per Ankara e gran parte dell’opinione pubblica turca sono responsabili del putsch Gülen e i suoi uomini.

Va ricordato che Gülen ed Erdoğan erano alleati fino al 2013, quando per motivi non del tutto chiari si sono dichiarati guerra. Non bisogna dimenticare nemmeno che negli anni dell’alleanza, e in particolare tra il 2008 e il 2011, ci sono state altre epurazioni nel paese, riguardanti soprattutto l’esercito, ma non solo. I processi contro centinaia di militari, accusati a suo tempo di essere coinvolti nell’organizzazione di un golpe, sono stati avviati da parte di procuratori notoriamente vicini al movimento di Gülen. Successivamente è stato riconosciuto che diverse prove di reato presentate dai magistrati erano state contraffatte o false. I militari sono stati scarcerati, mentre ora gli stessi procuratori che li avevano incriminati sono ricercati dalle autorità. Si tratta quindi di un rapporto complesso e opaco quello tra il governo AKP e il movimento di Gülen, e a tutt’oggi il Paese ne sta scontando le conseguenze.

Sono state fatte diverse interpretazioni degli eventi di quella notte. Alcuni esperti turchi hanno detto che tra i militari golpisti c’erano anche figure note per posizioni ultranazionaliste. È possibile che ci siano state più fazioni dell’esercito ad aver deciso di tentare un golpe. Secondo altri ci sono state defezioni dell’ultima ora e che il governo era stato precedentemente informato di quello che sarebbe successo, che avrebbe lasciato correre gli eventi per un po’ ma che era preparato a intervenire. Intanto i processi ai militari sono ancora in corso e nuovi arresti vengono periodicamente condotti con l’accusa di aver compartecipato al golpe. Un golpe che Erdoğan ha definito “una benedizione di Dio” e in seguito al quale è stato annunciato lo “stato di emergenza”, tutt’oggi in vigore. Questo “stato” comporta la sospensione parziale della Convenzione europea dei diritti umani e del Patto internazionale sui diritti civili e politici, e questo a sua volta porta alla sospensione di diritti politici e civili. I decreti emanati in forza dello stato di emergenza hanno permesso il licenziamento in massa di impiegati pubblici; la chiusura di sindacati, federazioni, confederazioni, istituti privati sanitari ed educativi, università, quotidiani, media di ogni tipo, distributori, editori, associazioni e fondazioni.

In qualche modo, ci pare che l’Europa non sappia contrastare l’audacia di Erdoğan. Come mai? Troppi legami economici? Consueta, spudorata realpolitik (penso al legame ‘capestro’ sui migranti)? In che rapporti è la Turchia con la Russia e con la Cina?

L’Europa tende ad adottare un approccio pragmatico con il governo turco. La prospettiva di adesione all’UE, già molto fumosa, sembra essere sparita completamente dall’orizzonte, anche se formalmente i negoziati sono ancora aperti. Con Ankara i governi degli Stati UE hanno siglato il contestato accordo sui rifugiati. Oltre 3 milioni e 500mila richiedenti d’asilo siriani vivono in territorio turco oggi, per non parlare di quelli di altre nazionalità. Gli Stati membri UE non sono stati capaci di distribuire in maniera equa nemmeno i rifugiati che si trovano nell’Unione. Senza dubbio la possibilità che Ankara lasci partire liberamente nuovi profughi spaventa e gioca un ruolo importante nel tentativo di mantenere rapporti positivi con Erdoğan. Credo che agli Stati membri non dispiaccia affatto che in Turchia ci sia un leader forte come interlocutore. I solidi legami commerciali sono un’altra componente importante. Diversi Stati membri da una parte criticano le violazioni dei diritti umani in Turchia, ma dall’altro siglano accordi commerciali con il governo turco senza porsi troppi interrogativi morali. Inoltre ci sono altri fattori di collaborazione strategici, come l’energia e la sicurezza. Ankara dal canto suo, consapevole della propria posizione strategica, sebbene tradizionalmente alleato delle potenze occidentali (membro NATO dal 1952; l’accordo di associazione CEE-Turchia risale al 1963), cerca di far crescere il suo peso nella regione cercando nuove alleanze con Paesi come la Russia. Ma quanto questi possano essere davvero un sostituto ai tradizionali partner occidentali per Ankara resta un grande punto interrogativo.

Come si vive, realmente, in Turchia? Intendo: stipendi medi, qualità della vita e dell’istruzione, possibilità di realizzazione personale.

L’economia turca, a lungo cavallo di battaglia dell’AKP e fonte assicurata di voti per il governo, risulta in crescente difficoltà. Ci sono divari molto marcati tra diverse fasce della società. Secondo i dati della Banca mondiale il reddito medio pro-capite in Turchia è di circa 9.200 euro. Ma risulta evidente che la ricchezza non è distribuita in maniera equa. Il reddito minimo previsto dalla legge è di 1.600 lire turche (circa 320 euro). Secondo la confederazione dei lavoratori Turk-Is la soglia della fame per una famiglia di 4 persone è di 1.567 lire turche, quella di povertà di 5.105 lire. Stando alle stime comunicate dall’Associazione per la protezione dei diritti dei consumatori (THD) a fine 2017 il 60% della popolazione turca risultava vivere al di sotto della soglia di povertà. Il divario tra diversi strati della società crea scompensi anche nell’accesso all’istruzione – chi può permetterselo manda i figli nelle scuole private le cui rette annuali, nel caso degli istituti più rinomati, possono arrivare fino a 20mila euro. Lo stesso discorso vale per le strutture sanitarie. La Turchia ha una popolazione prevalentemente giovane. I ragazzi tra i 15-24 anni di età rappresentano il 16% della popolazione complessiva del Paese. Quindi ci sarebbe un potenziale importante su cui investire risorse. Ma questa non sembra la priorità del governo. Tanto per portare un esempio concreto, nel 2018 per l’istruzione scolastica sono assegnati dal budget statale circa 3,2 miliardi di euro, di cui tra l’altro il 35% è stato destinato ai corsi di religione. Per contro la cifra assegnata per le spese per la Difesa e la Sicurezza è di 18,4 miliardi di euro.