100 anni fa la prima regia di Anton Giulio Bragaglia: elogio del gran genio del teatro italiano. Ovviamente dimenticato

Posted on Marzo 08, 2019, 11:54 am
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“Grazie AGB, se non fosse stato per il tuo acume (e per quello di Luigi Pirandello), ci saremmo perduti la poetica straordinariamente novecentesca di Rosso di San Secondo. Non che sia servito a molto – oggi RSS, piuttosto colpevolmente, non viene più rappresentato -, ma ai tuoi tempi dare la possibilità di andare in scena al drammaturgo siciliano significa capire il valore dei testi e non lasciarsi ingolosire dalla necessità di registrare il ‘tutto esaurito’ a teatro”. AC

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Mentre la polvere delle case distrutte ancora annebbiava la luce del sole e la vasta eco della Prima Guerra Mondiale era ancora piantata nelle orecchie degli italiani, Anton Giulio Bragaglia – siamo agli albori del 1919 – decide di mettere in scena sulle assi del Teatro Argentina di Roma “Per fare l’alba. Tre momenti d’una notte isolana”, dramma di Rosso di San Secondo. In maniera soggettiva però: per lo spettacolo aveva deciso di applicare la “luce psicologica”, un sistema di atmosfere colorate derivanti inavvertitamente l’una dall’altra a commento degli stati d’animo dei personaggi.

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Efficace totem poetico del Fascismo, AGB fu amico personale del Duce: il suo volume, intitolato “Il teatro della rivoluzione”, si apre difatti con una “Lettera sul teatro a Benito Mussolini”.

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Occorre però aspettare qualche anno. È solamente dopo un lustro esatto che AGB decide di rivoluzionare la scena. A Parigi presenta il “palcoscenico multiplo” che “permette di cambiare all’infinito l’ambiente nell’azione”.

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A distanza di dieci anni dalla rappresentazione di Rosso di San Secondo – quindi esattamente nel 1929 –, fa uscire a Roma il libro “Del teatro teatrale ossia del teatro”, la summa poetica del suo sguardo di “régisseur” sperimentale. L’opera ha uno sguardo riposto verso il domani, quindi parla al teatro presente e futuro, il principio del “meraviglioso” visto come “moltiplicazione dell’azione e dei luoghi” e mette al centro della nuova drammaturgia scenica la “macchina”, quindi la “scena mobile” che il teatro deve ereditare dal cinema.

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Lui è Anton Giulio Bragaglia (1890-1960)

Sul piccolo palcoscenico degli Indipendenti – l’omonima compagnia fu aperta da lui nel 1922 e venne chiusa nel 1936 – agiva la “scena versile”, una scena a tre facce che voltandosi istantaneamente produce il cambiamento da bosco a colonnato e a tendaggi.

Sul piccolo palcoscenico degli Indipendenti era presente anche la “messinscena fotoelettrica” ottenuta mediante un sottile schermo perlaceo, dietro al quale è disposta una quantità di lampadine di tre o più colori che proiettano un vago profilo delle cose – paesaggi o emblemi – durante le rappresentazioni del teatro sintetico.

Sul piccolo palcoscenico degli Indipendenti si adoperava la “lampada dell’oraluce”, un parco di lampade colorate nei tre colori fondamentali che, girando più o meno velocemente in un sottile filtro di garza, davano luce più o meno fredda o calda secondo l’ora del giorno.

Sul piccolo palcoscenico degli Indipendenti era installata la “maschera mobile”, in gomma elastica sottilissima, che offriva la “truccatura permanente” e separava psicologicamente l’attore dal pubblico: teste imbottite, menti tremuli come gelatine, collottole pneumatiche.

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“La gloria del secolo d’oro dell’arte teatrale fu in fatti soprattutto gloria della ingegneria posta al servizio del sogno fantastico dell’esecutore di spettacoli. Fu allora che la meccanica classica tolse un perfezionamento assoluto che noi non raggiungeremo mai anche con la nostra elettricità perché intanto non avremo mai tanta profusione di tesori per il grandioso teatrale, e poi perché è noto che i sistemi elettrici non sono infallibili, mentre la operazione teatrale deve esserlo”. Anton Giulio Bragaglia, 1929.

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Quando è morto AGB, nel 1960, io non c’ero. Non ero ancora nato…

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L’Università per, non tutte perlomeno ma alcune, talvolta insegnano bene e con passione il teatro del Novecento. È stato grazie alla sensibilità e all’amore della professoressa Anna T. Ossani di Urbino – “Letteratura teatrale italiana” – che ho avuto modo di annusare AGB. E il suo odore è ancora presente nelle mie orecchie.

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Gli studi di Bragaglia sulla “meccanizzazione della scena” – l’avvicendarsi dei luoghi, il movimento delle luci colorate, i suoni e tutto ciò che potesse portare un’efficacia reale all’azione scenica – sono stati gli insegnamenti pioneristici delle ardite soluzioni scenotecniche, costumistiche e luministiche italiane degli anni ’60. 

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“Scelgo l’autore nel clima spirituale del momento. Lo eccito a scrivere la commedia sperimentale. Essa è pronta per venir rifatta. Lunghe forbici, carta bianca, colla e penna. Ora si tratta di far carne il verbo lo si crea scena per scena; si imposta il gioco dell’azione e si vocalizzano le espressioni, si compongono i quadri di colore e si stringono o rallentano i tempi, si piantano le vette degli acuti e dei forti; si spaziano le pause e i silenzi. Perfino l’intimismo ci fa gioco, a chiaroscuro del teatrale”. Bragaglia, 1930.

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Il “régisseur”, nella testa del Genio, era la conciliazione in un’unica personalità artistica dei tre maestri di scena: il direttore, colui che dirige la rappresentazione, il corago, che indirizza, guida la recitazione e l’apparatore, responsabile di tutto ciò che serve per l’allestimento, invenzioni, adattamenti, maestro degli attori e guida nella messinscena.

Occorre avere manciate di genialità nella testa solo per pensare a una crasi simile…

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“Imbacuccato in un elegante cappotto di cammello, una sgargiante sciarpa gialla alta sul collo fino a sfiorargli i baffi e in testa l’eterna lobbia sempre un po’ sulle ventitrè, Anton Giulio Bragaglia, altrimenti detto, per amor delle sigle, AGB, si poteva incontrare, in qualche bella giornata d’inverno, seduto all’interno della libreria Rossetti, nella parte alta di via Veneto a Roma, mèta di quotidiano appuntamento per artisti e letterati romani. Se ne stava lì, in silenzio, fissando dalla porta a vetri il poco che poteva vedere del traffico. Chi entrava, se lo conosceva, si limitava a rivolgergli un saluto al quale lui rispondeva, poi più nulla. Verso l’ora della chiusura si alzava, si toccava il cappello con la mano, a guisa di commiato, e se ne andava” ha scritto l’ottimo Luciano Lucignani su “Repubblica” nel 1985.

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La compagnia teatrale “Il Bagaglino” deriva il suo primo nome, “Il Bragaglino”, da Anton Giulio Bragaglia, ma un’ingiunzione degli eredi impose loro il cambio di nome. Ma forse nemmeno gli artisti che le hanno dato il meritato successo in oltre 30 anni di spettacoli lo sanno…

Alessandro Carli