100% acrilico, chi tutela il consumatore, informandolo, ai tempi degli influencer?

Posted on novembre 22, 2017, 11:04 am

Torno al lucido editoriale di Davide Brullo, intitolato “Non ne posso più di Chiara Ferragni…”, che immagina gli internauti davanti allo schermo propendere per la “influencer” rispetto a un dipinto del Tintoretto. Sono d’accordo, l’analisi è drammaticamente corretta. E in merito al fenomeno degli influencer vale la pena approfondire il discorso. Il problema non sono loro, che sono stati bravi a individuare una geniale opportunità di social-business, sviluppandola anche attraverso l’ausilio di appositi software per la crescita “industriale” dei follower reali. D’altronde gli influencer naturali sono sempre esistiti. Una volta era qualcuno che otteneva qualcosa d’importante nel suo ambito – cinema, arte, musica, scrittura, stile, eccetera, per nomi leggendari come Marilyn, Steve McQueen, Warhol, Lennon, Hemingway, Gianni Agnelli e via di seguito – e faceva tendenza semplicemente vivendo la sua quotidianità. Oggi, invece, di influencer naturali ce ne sono sempre meno; mentre, al contrario, alle aziende, per vendere, soprattutto in tempi di crisi e di grande competizione, ne servono sempre di più, pescando tra tanta quantità anche senza qualità. Perché è finita così? Per colpa nostra. Dei media e di noi giornalisti, soprattutto degli “specializzati”, moda in primis, addirittura con le pagine economico-finanziarie inconsapevoli – almeno lo speriamo – complici, per omessa informazione, delle periodiche truffe ai danni dei risparmiatori italiani dai tempi di Cirio, Parmalat fino a Banca Etruria (nell’inspiegabile silenzio delle varie autorità di vigilanza), arrivando alle pagine culturali e alle loro ristrette, asfittiche compagnie di giro. Perché senza autorevolezza – che in pratica vuol dire fare informazione parlando dei pregi senza nascondere i difetti e le eventuali criticità – si perdono i lettori. Senza lettori sei troppo subalterno agli investitori. E se sei troppo subalterno agli investitori, poi non puoi fare informazione ma solo servizi compiacenti. Così facendo ti delegittimi sempre più. Fino al punto, ironia della sorte, che se l’investitore ha 1.000 euro di budget da investire, li investe tutti nell’influencer di turno. Perché, almeno lui, non è sputtanato. È evidente. In molti settori siamo arrivati a questo stadio. I giornali chiudono e gli influencer, in termini di visibilità, diventano sempre più autorevoli. È la legge del mercato. A me sta bene e, tra l’altro, adoro Instagram – strumento perfetto per la bella orologeria – ma, come in ogni storia interessante, c’è un però. L’informazione si può fare bene. E, per fortuna, c’è chi si sforza di provarci, mantenendo il miglior rapporto possibile tra tutela dei lettori e diritti degli investitori. Oppure male. È una questione di deontologia tra editori e giornalisti. Di sicuro, però, l’influencer non fa informazione, perché il suo mestiere è proprio un altro: guadagnare dalla promozione. Quindi sorge spontanea una domanda: chi tutela il consumatore, informandolo, ai tempi degli influencer? Sia chiaro, il trend odierno è l’abbassamento generale della qualità perché si punta tutto su stile e immagine. Ci avete fatto caso? Le grandi catene dell’abbigliamento internazionale sono quasi riuscite a “debellare” la lana dai loro capi invernali. Tanto sulle foto di Instagram non si legge 100% acrilico (che è scritto in minuscolo anche nelle etichette). Perciò, chi tutela il consumatore, informandolo? La risposta è altrettanto evidente: #nessuno.

Michele Mengoli

www.mengoli.it